Il cane e il lupo. E l’uomo-lupo.

1. La compagnia filetica
Fra gli alberi dei boschi soggiorna il lupo. Mammifero selvatico, sociale, territoriale, gregario, carnivoro, l’uomo condivide con il lupo anche il fatto di essere tra i predatori quello di taglia media, ossia un predatore la cui carne non è ancora al sicuro dalle fauci di altri predatori. La simpatia biologica e psicologica tra le due specie è talmente innegabile che il lupo si è lasciato ammaestrare, forse per il fatto che nell’uomo il lupo ha riconosciuto un compagno di caccia con cui condividere le proprie sorti e l’uomo nel lupo ha riconosciuto – come è tipico di questa specie che si deve specchiare per riconoscersi – se stesso o una propria parte.

2. Il corpo del cane
Di tutti i cibi il corpo dei Canidi è quello più assente sulle tavole delle civiltà umane e il pensiero che in alcune culture sia permesso il banchetto con le sue carni inorridisce chi, come noi, nel Canide vede un membro della propria famiglia. Insomma, mangiare cani, lupi, coyote, ecc. simbolicamente è assimilabile al cannibalismo. Atto di cui non c’è assoluzione se non nella situazione estrema, dove in gioco è la vita, ad esempio il disastro aereo delle Ande, e il pubblico china il capo e non lo chiama più orrore, ma sopravvivenza.

3. Sacra canem et lupum
Questa parentesi alimentare, che suscita in noi sensazioni così viscerali, serviva non tanto per inventariare delle pratiche o tabù dell’antropologia del contemporaneo, ma per mostrare come al lupo e alle sue varianti sia legato nella nostra struttura psicologica qualcosa di profondo, qual è il disgusto o l’affetto, entrambe emozioni e sati d’animo decisamente primordiali.
Nell’Homo sacer Agamben dedica un capitolo al lupo parlando dell’ordine giuridico – e l’autore non mi pare sia famoso per i suoi bestiari. In sostanza il fondamento dell’ordinamento de juris e il fondamento del “sacer esse” poggiano (apparentemente) su due suoli. Dell’ordinamento giuridico diciamo che nasca per razionalità, oltre che per necessità, invece l’altro ordine non è dato da un sapere razionale ma da uno stato d’animo [Stimmung] ancestrale e certamente pre-linguistico.

4. Caino e l’uomo-lupo
Il diritto germanico antico nasce dalla ratio della Fried [pace] e il ‘wargus’, ossia l’uomo-lupo, è il malfattore punito con l’espulsione dalla comunità di diritto per l’infrazione di una legge. L’uomo-lupo è colui che viene bandito dalla civitas e, come Caino, vaga marchiato dal bando sovrano, ma a differenza di Caino il bandito non gode di nessuna ingiunzione che protegge la sua vita tanto che può essere ucciso senza commettere reato. A noi non interessa qui tanto la teoria della nuda vita, ma l’uomo-lupo, “nè uomo nè bestia, che abita paradossalmente in entrambi i mondi senza appartenerne a nessuno [117].”

5. L’inclusione dell’escluso
Ciò che fa notare Agamben è l’eccezionalità del bandito, che è appunto eccezionalmente dentro all’ordinamento giuridico solo come sua negazione ed eccezione: il ‘wargus’, l’uomo-lupo, viene nominato dal diritto per escluderlo. Questo meccanismo è simile alla forclusione, ma non identico, dato che ciò che è forcluso è rimosso pur esistendo, viene disconosciuto venendo espulso dalla stessa possibilità di poterlo simbolizzare (nel caso della legge si tratta di un diritto). Mentre ciò che è bandito è incluso attraverso la sua esclusione, come ad esempio la carne, gli alcolici e il sesso nella tradizione vedica la cui assunzione rende ‘impuri’.

6. La bestia e il sovrano
Se con la forclusione si esclude la possibilità di nominare per salvare l’ordine, nella bandizione si include il rovescio dell’ordine nel proprio limite, anzi è l’eccezione a rendere coerente l’ordine in quanto tale. Tuttavia questa modalità di esclusione non vale solamente per l’uomo-lupo, vale anche per il legislatore, dato che chiunque tocchi il bando si trovi ai limiti dell’ordine, ossia indossi l’abito estremo di escluso-incluso. L’uomo-lupo è il bandito e il sovrano è il banditore, e la loro posizione simbolica è data come al contempo limite e negazione dell’ordine che li definisce come tali. Ciò che è al limite è indecidibilmente fuori e dentro, anzi dove fuori e dentro sono categorie indifferenti e non esprimono minimamente la posizione di alcunché.

7. La geografia del selvaggio I
L’argomento simbolico è un argomento topologico, comunque il bandito, il ‘wargus’, è costretto da civile a decivilizzarsi e – dato che cives è città – quindi ad uscire dalla città. Il passaggio inverso, l’addomesticazione, è quella del lupo che a contatto con l’uomo si civilizza e diventa cane. Ma cos’è un cane se non un lupo addestrato a terminare il suo sviluppo ad uno stadio prematuro? Il cane è un animale “inventato” dall’uomo per non giungere mai nel pieno della maturità del suo stato selvaggio: Il suo puntare la preda senza poi mangiarla, cos’è se non un gioco?

8. La geografia del selvaggio II
Hobbes ci dice che la città, dove vige il patto, esclude lo stato di natura – in altri termini lo stato di bellum omnium contra omnes. Nonostante sia possibile giungere alla conclusione che il patto concluda cronologicamente lo stato di natura per inaugurare lo stato civile, questa metabasi storica non avviene affatto. Il patto, o covenant, non conclude lo stato di natura, ma lo include escludendolo nella figura del sovrano, il quale diventa la singolarità attorno a cui cristallizza lo stato di diritto. Lo stato di diritto ha al suo centro come ai suoi bordi l’eccezione al diritto per potersi riconoscere come tale dalla sua eccezione.

9. Esopolitica: il patto tra umano e non-umano
L’alieno non è necessariamente un abitante di un altro pianeta, dato che alieno è in generale ciò che non abita il proprio mondo. Il seme di una pianta esotica trasportato dal vento che cresce sulle sponde del fiume è una pianta aliena; i cani portati in Australia dagli esploratori europei sono alieni per l’ecosistema del continente. Anche Mosè l’egizio scende dal Sinai con le tavole del patto da presentare a quello che sarà il popolo ebraico e dalla sua fronte escono due KRN, dice la Torah. Con i KRN non è solo sceso, con i KRN Mosè è anche asceso. L’ambiguità della scrittura consonantica non permette di distinguere KaRaN (raggi) da KeReN (corna): i masoreti suggeriscono che Mosé scese al popolo con due raggi, Michelangelo con due corna. Comunque sia apparso Mosé, con dei raggi o con delle corna, si è presentato non-umano (o più umano degli umani) per stipulare un patto.

10. Mondi umani e non-umani
Non esiste civiltà che non abbia una geografia del selvaggio – e a quanto pare questa geografia è la condizione della pensabilità del civile in quanto tale. Le tradizioni sciamaniche concordano su un mondo costruito su tre fasi sovrapposte, dove esiste un mondo di sotto, il mondo di mezzo (umano) e il mondo di sopra. Per quanto potrebbe parere strano questa tripartizione del cosmo non cessa nemmeno con la Chiesa, dove però alto e basso diventano non solo luoghi non-umani, ma giudizi di valore. Il concetto del pontefice-sciamano lascia un po’ il tempo che trova, però la tenda dello sciamano e la casa del Signore hanno la caratteristica in comune di essere ‘axis mundi’, ossia i nodi topologici dove questi tre mondi vengono in contatto, non tanto sui pittogrammi disegnati cone le dita sulla pelle della tenda o sugli affreschi e i bassorilievi delle pareti della cattedrale, ma nella persona in grado di costruire il nodo, esporlo e infine di abitarlo.

11. Le gerarchie del ferino I
Il totem è sicuramente un oggetto sacro, si tratta, come tutti sanno, di un palo inciso e decorato fondamentale per certi gruppi umani. Un ‘axis mundi’. Anche qui si trovano degli elementi del patto e dell’animale, ma l’animale non rappresenta necessariamente qualcosa di malvagio o di negativo, anzi l’animale è una guida e un aiuto per l’uomo, soprattutto quando si tratta di visitare il mondo di sotto – nemmeno questo necessariamente negativo, ma semplicemente altro. Il lupo è codificato come un cosiddetto animale del potere, associato a una vita umana ma ancestrale, che spiega ai nostri occhi moderni il comportamento umano attraverso il comportamento del lupo. Non c’è la tentazione di bandire il lupo ma di compredere il lupo e spiegare la sua aggressività, che non è poi diversa dall’aggressività umana.

12. Questo psicoanalista ha bisogno di uno psicoanalista
Cacciato dalle città d’occidente il lupo torna nei sogni e nella letteratura positivista moderna solo quando Pankëev, conosciuto poi come il caso Wolfsmann, rivelò a Freud l’angoscia che quei lupi artici, intorno al grosso noce, gli provocarono nel lontano sogno infantile. Tutto torna se l’albero è un fallo oppure se il bimbo ha assistito alla scena primaria. Tutto torna se ogni famiglia è incestuosa e se il lupo è il padre e la paura dell’essere sbranati è la paura di essere evirati. Forse è così, ma ciò che in realtà ha turbato l’uomo dei lupi confinandolo nell’ade della depressione sono stati dei suicidi, rispettivamente della sorella e del padre.

13. La non-fine, il non-inizio e la non-continuità
Cimatti, citando Creed, spiega che la paura del bimbo potrebbe essere non tanto quella del lupo in quanto tale, ma del lupo nel caso si mettesse su due zampe. Non è tanto la paura della castrazione ma la paura della dissoluzione dei confini tra umano e ferino, ossia la perdita di ogni identità civile costituita. Ginzburg dice inoltre che nel folklore mitteleuropeo, cosa che Freud ha dimenticato (un lapsus?), si dice che chi ‘nasce con la camicia’ sia destinato ad essere l’uomo-lupo. ‘Nascere con la camicia’ significa nascere nel sacco amniotico o nascere tra Natale ed Epifania. E Pankëev nacque il 24 dicembre 1886. Nel sacco amniotico.

14. Il terrore dei non-confini
Lupo a due zampe o uomo-lupo? Impossibile decidere. Solo il lupo a due zampe o l’uomo-lupo può dire chi è di se stesso. L’uomo-lupo forse non esiste o forse è stato creato dalla saggezza delle nonne mitteleuropee. Bandito e banditore, essere infero o essere guida, tutte le volte che tentiamo di definirlo o di epurarlo sentiamo quell’affetto primordiale, lo stesso affetto che ci impedisce di mangiare il corpo dei Canidi, e il terrore di venir meno ad un certo patto. Ormai non esiste nessuna scusante, almeno mi pare, per decretare la sacertà, però sfugge ancora qualcosa di molto importante.

15. La gerarchia del ferino II
La teologia, o almeno un certo genere, non è assolutamente noiosa – a meno che non annoi Beautiful. Lo scambio tra asura e deva, tra dei buoni e dei cattivi, tra angeli e demoni, è una lotta senza quartiere in tutte le religioni vediche – o vedico-derivate. Gli asura, come i demoni nostrani, sono divinità cadute in qualche modo in disgrazia. Come c’era da aspettarsi l’iconografia delle demonologie europee della prima età moderna ricordano a tutti gli effetti uno zoo degli orrori e, se di zoo si tratta, dunque non poteva assentarsi il lupo. Lupo con le ali e la coda di serpente, Weyer classifica Marchosias come uno dei marchesi dell’inferno.

16. I signori dei non-confini
Armati di santa pazienza è possibile leggere le didascalie delle varie demonologie e ci si accorge che questi ‘demoni’, fatte salve alcune eccezioni, non hanno spesso alcunché di demoniaco. Ma non è questo che ci interessa, perché concentrandosi sul titolo di Marchosias, ossia marchese, scopriamo che nell’ordine imperiale gli è assegnato l’obbligo della protezione della terra di confine. Il marchese non è il titolo più alto dell’aristocrazia, però ha una responsabilità che ad esempio non ha il conte, ossia quello di proteggere i confini dell’impero. E, se è possibile considerare il mondo alla rovescia dell’inferno una negazione dell’objectum del titolo, un marchese infernale non può essere che il signore del non-confine.

17. Man into wolf
Eisler ci ha lasciato in eredità una ricerca sull’uomo-lupo e un motto: “se esistessero le ‘leggi di natura’, nessuna attività umana potrebbe ‘pervertirle’ o trasgredirle”. Il culturista che si lacera di fatica per un corpo tornito potremmo dire che accetta il dolore come necessario per il suo scopo: il piacere di un corpo da ammirare. Ma il masochista? Che prova piacere nel dolore o nell’essere umiliato? O è impossibile oppure è la prova evidente che la teoria edonistica dell’azione umana è falsa. Eisler dice acutamente che il piacere il dolore spiegano il comportamento come i semafori spiegano il traffico. Il piacere e il dolore in questo senso non sono i confini del comportamento, forse allora sono non-confini?

18. Velluto blu
David F. Wallace ha scritto molto di tennis, di matematica e di David Lynch. Una delle scene più dense di Velluto blu, secondo Wallace, è quella in cui Frank Booth si gira verso il ragazzo seduto sul sedile posteriore dell’auto e per farlo si rivolge alla telecamera. Tu sei come me – dice. Quella che è la storia (diegesi) e quello che effettivamente Lynch mostra in questa scena (mimesi) non corrispondono: la soggettiva offerta allo spettatore lo fa partecipare al film e Frank parla direttamente a ogni persona singolare seduta in sala. Anche qui possiamo riscontrare l’effetto straniante dell’uomo-lupo che mostra la labilità del confine.

19. Wolf into man
“Man into wolf. An anthropological interpretation of sadism, masochism and lycanthropy”. Questo è il titolo integrale del titolo dell’opera di Eisler e il richiamo a Velluto blu e alle gerarchie infernali, in un frame occidentale, comincia a fare senso. L’autore richiama il concetto di selvaggio e le teorie che vogliono il selvaggio come uno stato involutivo ma che non hanno alcun senso alla prova dei fatti: alcune delle civiltà cosiddette primitive (Eskimo e Yahgans [27]) non conoscono né crudeltà né guerra. Non c’è dunque nessun lupo ancestrale a cui l’uomo torna, ma piuttosto un lupo che dorme, da qualche parte, nell’uomo.

20. Il signore delle non-differenze
Il lupo dimorerà con l’agnello – dice così Isaia parlando dell’arrivo del messia. Secondo il profeta veterotestamentario il messia non cambierà la natura delle cose, non annullerà le differenze. Come dicono gli ebrei, dopo il messia il mondo sarà lo stesso, solo un po’ diverso. Infatti è così: Il lupo sarà il lupo e l’agnello sarà l’agnello, solamente che dormiranno assieme per quello che sono. Il messia isaitico in fondo si comporta come l’uomo-lupo, ossia la sua funzione è quella di rendere il dispositivo delle differenze, come i gangli del sistema nervoso richiamati da Eisler, inoperoso; e non lo fa annullando le differenze ma esponendo le non-differenze – che presuppongono le differenze e le disattivano.

21. Diasparagmòs
Euripide ne Le Baccanti fa dire a Dioniso: “Anche se non lo vuole, questa città imparerà a conoscere i riti segreti di Bacco”. Non è un piacere che fa alla città di Penteo, dato che lo disconosce come divino. Dioniso si fa conoscere a Tebe appunto per punizione. Sembrerà strano ma li condanna con quello che oggi, in tempi di Ruby Ter, chiameremmo ‘festini’, ma per quanto per alcuni di noi possano sembrare desiderabili vengono inflitti per castigare. Le prime a subire la fascinazione dionisiaca – nella tragedia, come forse nella vita contemporanea – sono le donne, che attirate da una forza misteriosa si riuniscono in un luogo selvaggio e da lì diventano in tutto e per tutto menadi. Donne-lupo in grado dei prodigi più grandi e della crudeltà più spietata.

22. L’anatomia del selvaggio I
A questo punto possiamo parlare di uomini e donne-lupo senza differenza di genere. Il wargus, il sovrano, il lupo sciamanico, Wolfsmann, forse Mosè, Marchosias, Frank Booth, forse il messia, le menadi: queste sono alcune delle figure finora emerse che rispondono, in modi diversi, all’identikit dell’uomo-lupo. Abbiamo visto inoltre che non c’è nessuno stadio filetico in cui l’uomo era lupo o fase storica in cui le comunità erano società di licantropi, pare evidente che allora il lupo è già da sempre nell’uomo – come in qualsiasi altro essere vivente – non prima o dopo, ma mentre è uomo. Ora però abbiamo anche un nuovo elemento che prima non avevamo, una certa élan vital che sostiene la follia manica delle baccanti.

23. Licantropia cognitiva
Tutta la faccenda del licantropismo si è ridotta al concetto di confine, o meglio ad un concetto finora rimasto inespresso riguardo al limite. Precedentemente abbiamo visto come questo concetto non esprime né continuità né discontinuità, è un qualcos’altro di non meglio pensabile che ha a che fare con entrambi, un po’ come la loro giacitura potremmo dire. Il non-confine è tuttavia l’atra faccia della non-differenza – attenzione, non indifferenza ma proprio non-differenza – che porta la pax tra i nemici per natura nei versi biblici pur non violentandoli nelle loro rispettive identità. Insomma il messia e l’uomo lupo fanno un certo tipo di gesto magrittiano che mostra l’assenza di qualcosa esponendola: “Ceci n’est pas une pipe”.

24. The missing link
Ad un certo punto della ricerca evoluzionistica è comparsa un’assenza, una casella vuota. La continuità tra ‘animali inferiori’ e ‘animali superiori’ – in realtà molto povera dato che comprende solo l’uomo – è interrotta: manca un fossile all’appello. Questo animale fossilizzato dovrebbe essere una ‘forma di transizione’ che unisce nella divisione. Come avrebbe potuto essere questo anello mancante? Una scimmia-umana, o magari un uomo-lupo? Non si sapeva bene cosa cercare nel XIX secolo e non si sa bene cosa cercare nemmeno oggi, tanto che non cerchiamo più la prova empirica perché abbiamo rinunciato alla categoria logica. Come possiamo dire ‘forma di transizione’ quando non c’è a ben vedere nessuna forma che non sia di transizione? L’anello mancante non c’è e la catena è unita da una apparente divisione, tanto che rinunciando agli anelli dovremmo rinunciare di conseguenza alla catena.

25. L’essere non-differente
Diciamo identità di ciò che è e differenza di ciò che non è. In un mondo binario non c’è spazio per la non-differenza, però se diciamo che la mela è la mela (identità) e la mela non è una pera (differenza), e considerassimo la relazione segnata dall'<è> tra la mela e la mela o la mela e la pera, la non-differenza potrebbe essere appunto l’unità nella loro divisione. La mela non è una pera ma sono frutta. Questo non è quello ma sono luoghi. X non è Y ma sono, in generale, qualcosa. La non-differenza forse è proprio quell'<è> tra i termini che li trattiene come in un abbraccio per farli essere quello che sono, anche e soprattutto se sono differenti. Questo non-confine non può essere la comunicazione – in senso scolastico – di qualcosa, bensì proprio la comunicazione in quanto tale: dato che per essere qualcosa ci deve <essere> qualcos’altro. La non-differenza è data solamente e proprio dal fatto che prima di tutto sono – e sono per poter poi essere differenti. O differenti nella non-differenza (e non-identità).

26. L’anatomia del selvaggio II
La scultura ci presenta il corpo della menade slanciato nell’estasi come il corpo di Santa Teresa d’Avila. Osservarle ci suggerisce che qualcosa brucia in loro, un fuoco segreto forse, e che nella visione della santa come nella danza della menade ci sia qualcosa in comune. Tutte le culture hanno codificato la fisionomie dei corpi straordinari e la loro fisiologia nascosta. A dir la verità ci sono trattati su trattati dei corpi grossi, sottili, astrali, mistici ecc. Ma appunto la verità dell’uomo-lupo deve farsi corpo per mostrarsi, come nella scultura dove l’artista scava nella pietra e libera il suo prigioniero. Lo slancio della menade, l’effrazione del wargus, l’orgasmo mistico della santa, l’inalazione di popper di Frank Booth, le KRN di Mosè sono tutte fisionomie di quest’unico fenomeno.

27. Le possibilità dell’essere non-differente
L’escluso incluso, Agamben lo spiega così. Signore dei non-confini o inoperatore della differenza, qua è stato descritto così poiché rende la differenza inoperosa. Il wargus è appunto questo: il limite dell’efficacia della legge poiché c’è ancora vita al di fuori della legge – tant’è che il bandito è un uomo come gli altri non banditi, uccidibile ma, a differenza degli altri, non sacrificabile. Come si può rendere sacro – sacrificabile – qualcosa che già lo è? Tuttavia ciò che accomuna il censimento degli uomini-lupo non è tanto una presunta santità o ferinità, ciò che li accomuna è una certa posizione tra le cose. Posizione che può essere attiva o passiva, ma sempre la stessa posizione dove ciò che sta intorno inizia a vacillare e fremere, a scuotersi e tremare. Questi oggetti bizzarri non dovrebbero essere lì dove sono, ma sono lì. E questo mette in crisi.

28. Ogni cosa al suo posto, a ogni posto la sua cosa
Il modo più facile di fare ordine è di mettere le cose a posto. Una cosa fuori posto non solo è difficile trovarla, ma smette di essere quella cosa. Uscire dal confine ci rende stranieri, esattamente come un pistone fuori dal cilindro che mantiene un nome ma lo stesso nome che lo rende fuori posto. Ecco, l’uomo-lupo è qualcosa che non deve stare lì, ma c’è. E se c’è, l’ordine viene meno, poiché non c’è nessuna posizione per lui nell’ordine né si potrà mai creare. Eppure questo mostro è quello che Kelsen ha riscontrato all’arché del diritto ossia “il volto di Gorgone del Potere”. E di nuovo un’altra bestia inclassificabile, Medusa, dove Μεδουση non vuol dire altro che ‘guardiano’ e Γοργώ ‘feroce’.

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Suspension à géométrie variable I

Le trame della vita vanno comprese. Non è necessaria una astrazione verticale ma può bastare una semplice geometria. Già astrazione di per sé richiama al processo che porta dal particolare all’universale, piuttosto questo processo del pensiero è accidentale se non dannoso. Piuttosto del latino abs-trahere, forma analitica che fa a pezzi, preferire di questo astrarre un etimo greco, cioè da aster. A-ster(eo) – stranamente privativo di un certo staras del sanscrito vedico – vorrebbe dire “in assenza di solidità”. La solidità di cui stiamo parlando piuttosto di essere un riferimento alla fisica dello stato della materia è un riferimento ad una certa privazione dei riferimenti concreti (rappresi); è un’algebra geometrica in cui non è prevista un’assiologia fondamentale. Ciò che va privato alla trama della vita è perciò il rivestimento storico nel tentativo di far emergere una tessitura di puri rapporti di forze e di figure.
Sappiamo che un buon rapporto è simmetrico. Simmetrico vuol dire che è sostenuto da una misura comune che potrebbe manifestarsi con la reciprocità. Reciprocità e simmetria li consideriamo sinonimi, ma la simmetria, con buona probabilità, è più estesa della mera reciprocità: la reciprocità ne sarebbe semplicemente un capitolo. Per sostenere questa tesi è opportuno astrarre, nel modo latino, la simmetria dei rapporti. Molto spesso vengono creati esempi ad hoc in modo da ottenere un qualche elemento da incasellare in un paradigma e dal paradigma poi creare tutta una grammatica. Dunque la scelta degli esempi non è da far a cuor leggero perché poi si rischia di creare una grammatica deforme dalla quale, per accumulazione e stratificazione, sarà poi difficile risalire alla turba originale se non con una estenuante genealogia.
L’esempio di simmetria dei rapporti più classico è il do ut des cioè il dare aspettandosi il ricevere in cambio, ciò che chiamiamo reciprocità. Da qui parte la teoria della simmetria umana e, in fondo, l’abbozzo dell’economia. Però è un esempio di simmetria l’aspettativa reciproca senza donazione. Il contratto della simmetria è ancora più in principio un canale di comunicazione che si apre nell’attesa-di, il semplice contatto instaura i presupposti per la simmetria. L’attesa messianica è esattamente la forma della simmetria di cui stiamo parlando: c’è la forza, c’è il contatto, c’è il governo ma non c’è nessuno che fa qualcosa per l’altro; semplicemente i due si espongono. Dall’altro ci attendiamo, andiamo nel luogo della tensione. Questa tensione è il luogo più originario della simmetria: è il tensore che contrae ovvero è il contrasto che crea tensione e che dispone della simmetria e, perciò, della geometria dei rapporti.
Ciò che non deve mancare per il darsi della simmetria è un tensore, qualcosa che esponendosi ritrae l’altro, e, nel mentre lo fa ritirare, imprime contemporaneamente un progetto di rilancio. Tale processo è ciò che chiamiamo progetto di reciprocità o sintallagma. Ora, se parliamo di meccanica noi stiamo parlando comunque di forze e del loro governo, governo che avviene in due maniere: o nel governare o nell’esser governato. Tale doppia maniera di darsi è simile alla Sorge heideggeriana, ma non sovrapponibile. È del governo curare o prendersi la cura. Bene, dopo questo detour torniamo alla problematicità principale.
Se all’origine della simmetria c’è un battito e questo può solo essere governato, dobbiamo prevedere che la simmetria sia un intreccio di battito e governo ossia di forza e intelligenza. La traccia aperta precedentemente, ossia quella dell’apertura-attendente che poi si è trasformata in ritrazione, ci consegna una prima bozza di astrazione: la simmetria è in questo senso una vibrazione guidata geometricamente. Dobbiamo perciò porre all’origine della geometria del governo una geometria più originaria composta da vibrazione/forza e contatto. Questo innesco pone la possibilità di simmetria e da ciò possiamo inferire che la possibilità di simmetria è proporzionale alla forza innescante, ma la quantità di forza è inversamente proporzionale alla possibilità di governarla e perciò di possibilità di simmetria. Questa proporzione è inquietante poiché è intuitivo che così nessuna simmetria è destinata a durare se non a patto di divenire una figura fossile senza nessuna vibrazione all’interno oppure di consumarsi in una vampata, magari simmetrica, ma pur sempre istantanea. Brutalmente parlando, il governo in sé è una forza fredda che è pur sempre forza che si ritrae su se stessa. Questo ultimo aspetto apre un imbarazzante enigma.

DNA e Potere

Provando a variare di scala nell’Altro nell’esserci, il DNA, è possibile renderlo la metafora del Potere.  In tutte le cellule del corpo animale è riprodotto lo stesso codice genetico, che pur essendo identico in tutte, si esprime in una morfogenesi differente: la cellula epatica e il neurone, pur avendo una forma differente, sono portatrici dello stesso pre-gramma ed hanno funzioni diverse nell’organismo nella sua globalità incarnata chiudendosi nel pro-gramma. La relazione col Potere è esattamente questa: perché si dia organismo è necessario che ogni cellula sia portatrice del messaggio genetico (logos) e che lo esprima non-linearmente in media res: sono le cellule limitrofe a influenzare, diciamo così, micro-socialmente la diventità delle altre in una ecologia cellulare continua. Ogni comunità umana è comunità se nell’individuo si riproduce lo stesso codice, a differenza del codice genetico il codice culturale non è già pre-gramma in interiore homine, l’uomo è programma-incompleto e perciò programma-aperto e può essere estensione di sistemi differenti. C’è da aggiungere che l’analogia DNA-Potere si ferma alla riproduzione del codice micro-socialmente e all’estensibilità del sistema, perché, credo sia un fatto, le cellule sono cieche alla loro funzione, mentre l’uomo non lo è e può diventare altro in un sistema differente.

(2012) Elementi per una sociologia della riproduzione – La prossemica del potere

Ai bordi #1

Suppongo che la differenza fondamentale tra studioso e non studioso non la faccia lo studio. Lo studio non può fare altro che separare ciò che è gia separato, ossia lo studioso dal non studioso. Nel senso che c’è già qualcos’altro prima, una differenza di rango già data come precomprensione, come ampiezza di vedute, come distaccamento dal mondo, ecc. Insomma lo studioso è studioso prima di studiare.
Lo studioso è scollato dalla realtà, e lo studio, quello fatto seriamente, gli permette di vedere più nitidamente ciò che prima aveva solo sfiorato e abbandonato, inalato ed espirato in un momento che nel giro di un soffio è scomparso nell’entropia.
Nei testi è tutto nero su bianco, delineato nella forma, che basta solo leggere, attingere i nomi e poi usare quelli nel proprio ragionamento – anche con il fine di annientarli -, fissati una volta per tutte senza doverli riconquistare un’altra volta disegnandoli con squadra e compasso nell’etere con la perizia di un chirurgo, un bravo chirurgo.
Dicevo differenza ed intendevo la posizione dello studioso nel mondo: il suo mondo è infinito e lui finito e gettato dentro in una posizione particolare con il senno continuo della propria finitudine; il mondo degli altri è per loro invece finito perché tutto ciò che c’è è tutto ciò che può esserci e loro sono dentro, perfettamente al centro e non possono far altro che percorrere una traiettoria che è data dal destino, che, nascosto da orgoglio personale, li spinge verso una direzione da sempre.
Lo studioso è studioso quando si espone – perché aperto – all’Essere, a Dio, al Nulla, al Potere e vive la propria condizione di dominato, ma, conscio di questo, di essere dominato, può conoscere il volto di chi lo domina alzando lo sguardo dal mondo che gli è stato creato intorno e, scrollandosi virtualmente il destino di oggetto tra gli oggetti quando non si sente più oggetto tra gli oggetti, scruta l’abisso faccia a faccia.

L’angelo del nulla

C’è un quadro di Klee che Benjamin si portava nella valigia sfuggendo da uno sfacelo all’altro – me l’hai detto tu. Una combinazione di esperienza vissuta e di coscienza alterata gli fa dire di vederci l’angelo della storia. L’angelo della storia con le ali spalancate trascinato dalle spalle dal vento del futuro. Vede davanti a sé la storia come un accumlarsi di rovine che si riversano le une sulle altre. Chiunque non conosca Benjamin vedrebbe uno scarabocchio, una stilizzazione, concedimi di dire orripilante, di un essere umano riccio a braccia aperta. Capelli ricci, non le pagine della storia, dunque. Eppure è una immagine talmente forte da non morire, da conservarsi come simbolo dell’apocalisse a patto di conoscere Benjamin: saliti sulle ali dell’angelo vedremmo la storia come lui.
Guardando con gli occhi dell’angelo non puoi fare a meno di osservare l’abbruttimento crescere ad un ritmo esponenziale. Quegli occhi vedono la devastazione che ogni azione umana esercita sulle azioni che le seguiranno come in un domino, dove ogni tassello di questo gioco è un nuovo relitto che cade su una montagna di rifiuti, in un tempo lineare.
Manca un quadro, giustamente, in cui un altro angelo guarda il vuoto, o, se suona meglio, non guarda. È forse più anziano, ma si dice in alcuni ambienti che cinismo e anzianità vadano a braccetto. Forse non sta a noi giudicare: anche i bambini sanno essere cinici. Questo angelo non vede niente, ma non perché sia cieco. Non vede niente per il motivo che quello che si mostra ai suoi occhi perde significato ancora prima di conquistarlo. È circondato dal nulla e non sta andando da nessuna parte. E persino le rovine sono per lui non più di nulla in quanto non ci trova senso. Forse è l’angelo che piace meno a nostro Signore poiché non segue nessun ordine, non ha nessun criterio di discernimento tra ciò che può gradire il suo patrono e, per forza di cose, di ciò che non gradirebbe. È l’angelo che canta di meno la Sua gloria dove qualcuno la può ascoltare, ossia tra gli uomini. L’angelo del nulla semplicemente è e non si cura.
Se vogliamo trovare una forma di sapienza nell’angelo del nulla è il suo eterno dimenticare, la sua mancanza di ricordo del luogo da cui proviene, di chi sia, di quale sia il posto verso cui è diretto, di cosa sono le cose intorno al suo corpo e di come interpretarle. Non sa probabilmente di sé stesso, ma questa mancanza di memoria cosa non è se non il sempiterno ciclo delle stagioni cosmiche?
L’angelo del nulla è, sembrerà strano, l’angelo della vita e come questa muove senza la scorta di grandi giustificazioni sulle quali basare la propria espressione. Di fatto è come non prendesse mai decisioni dato che la sua essenza non prevede un’ermeneutica della realtà dalla quale inferire e giudicare. E non ha di conseguenza nemmeno un destino, se con destino intendiamo il progetto caduco nel quale siamo gettati. I nostri occhi sono meravigliati di quella meraviglia che può avere un uomo al suo cospetto che cerchi di specchiarsi: non avere destino è insopportabile, non resistiamo facilmente all’idea che la caducità del nostro progetto sia ingiustificata, come un foglio di carta, uno schizzo gettato, nell’attesa di un’idea migliore del creatore. Con meraviglia appunto guardiamo all’angelo del nulla, ma lui – come già detto –, l’angelo del nulla non ci vede.
Tale condizione può essere giudicata, provando ad immedesimari nell’angelo, come una punizione che gli è stata inflitta, ma la mancanza di destino è la quintessenza della sua libertà, poiché il destino è il programma e il programma è il destino.
L’angelo del nulla è la fine della storia, non c’è più niente da ricordare perché non c’è più nessun posto dove andare.

Perché dico questo? Perché ogni storia ha il suo angelo custode, che sorveglia il numinoso all’interno della storia stessa. L’angelo della nostra storia non è l’angelo di Benjamin, che digrigna i denti impigliato in una tormenta che semina una devastazione crescente. Semmai è l’angelo del nulla: una storia nata dal nulla, diretta al nulla, senza un perché e senza un destino. Una storia clandestina che nasce già dimentica e senza tracce. Ogni messaggio è eliminato dopo essere stato comunicato, ogni conversazione svanisce dopo aver mosso le labbra, ogni pagina scritta è sapientemente cancellata allo stesso modo con cui Penelope tesse di giorno e sfila di notte il lenzuolo di Laerte. Ogni bacio viene dato e scordato, come le lenzuola vengono riassettate per poterle scomporre di nuovo quando torneremo a letto.

Il cammino

Se dovessi dare un’immagine dell’umanità alle prese con il suo destino, l’immagine potrebbe essere quella di un gruppo di persone in cammino in un luogo aperto, sconosciuto, buio e immerso nella nebbia. L’ignoranza della geografia del luogo potrebbe essere già da sé affrontabile dal gruppo con l’aiuto di punti di riferimento nel cielo, quali sono le stelle. Con l’aiuto delle stelle sarebbe abbastanza facile evitare le zone inospitali. Come è semplice intuire, la nebbia complica il cammino in quanto solo di rado qualcuno, per pura fortuna o resistendo col capo verso l’alto per un tempo imprevedibile, riesce a cogliere la luce di una stella. Solo di rado qualcuno ha l’esperienza di un punto di riferimento e nemmeno riesce sempre a comunicarlo o ad essere creduto.
Il gruppo, sebbene sia unito, è diviso per ruoli. Ai confini esterni gli adulti intonano un canto a voce alta. Sono fisicamente prestanti e, per cui, possono in caso di pericolo fronteggiare con maggior successo le minacce provenienti dallo sconosciuto mondo circostante. Il canto è tramandato attraverso le generazioni attraverso la ripetizione continua e, in sostanza, si tratta del racconto delle posizioni delle stelle, delle regioni visitate, delle storie di chi ha visto le stelle la prima volta e di episodi occorsi durante il cammino. Questo canto da un lato orienta il gruppo e dall’altro mantiene uniti i suoi membri che inevitabilmente tenderebbero a disperdersi nel buio e nella nebbia.
Il gruppo al suo centro è composto da bambini, da giovani e da anziani. Avendo ascoltato il canto fin da bambini grazie all’insegnamento degli anziani, i giovani hanno imparato ad intonare perfettamente il canto e, prima o poi, sostituiranno quegli adulti divenuti anziani e che purtroppo non potranno più continuare il cammino al confine del gruppo.
Il gruppo ha alla sua testa un membro, di solito un adulto che sta per diventare anziano, che indica il canto da intonare e la direzione da prendere. Il ruolo di leader del gruppo è certamente importante in quanto il gruppo tenderebbe altrimenti a disperdersi in tutte le direzioni oppure passerebbe il tempo in un litigio perenne sulla decisione del canto da intonare e della direzione da seguire.

Cronache di viaggio

Proseguendo per il mio percorso ho incontrato un modo di pensiero che potrebbe essere quello che venne chiamato sophia. Potrei dire che conduca alla Luce o alla Verità, ma non avrei modo di chiamarla se non prendendo a prestito questo nome da chi già ha percorso questo sentiero prima di me. Rimane un’esperienza che viviamo e poi riportiamo. A me piace di più il nome Luce o illuminazione che Verità, nel senso che questo pensare fa come la luce del sole che mostra. Ma questa Luce mostra anche il Buio e per questo certe volte reputo che Luce e illuminazione non sia calzante o addirittura un ossimoro. La Verità in questo tempo ha cessato di essere la Luce, ma un suo prodotto. Anzi, ciò che la Luce svela il più delle volte è oscuro, è oscurità, mostra il Buio. A conti fatti questo pensare è diverso dalle altre forme di pensiero in quanto non è mi è chiaro in che modo sia vantaggioso, sembra al contrario uno svantaggio nell’ecologia in cui mi ritrovo. Per questo sembra diversa da altre conoscenze e probabilmente ha un’altra natura.
Sempre sono stato un’amante della Luce e sono sicuro che questo modo di pensiero sia originario, per cui l’abbiamo posseduto e poi abbandonato – nel senso di bandito – per il pensiero scientifico-razionale.  Non solo un abbandono ontogenetico, nel senso che si diviene adulti o anziani – è il pensiero del venuto al mondo – e si estingue a favore di un’altra forma di pensiero, ma è un oblio filogenetico richiesto per la cittadinanza industriale e, dunque, dal regime della tecnica moderna e post-moderna. Città in cui si è smarrito il senso dell’essere. A dire il vero credo sia la tecnocrazia post-moderna oggi a condurci direttamente alla sophia come sfogo, e, più in generale, il profilo epistemologico post-moderno che è quello della sfiducia nelle metanarrazioni.
Così è stato per me, sfiduciando tutte le strutture razionali prodotte dall’essere nella Storia e arrivando al concetto delle “singolarità linguistiche” dopo essere stato sospeso nel Nulla per un periodo tutto sommato molto lungo, periodo nel quale ho conseguito alcuni dei rudimenti dalla creazione e della distruzione dei mondi. E’ un’immagine che viene da lontano, quella delle singolarità linguistiche, un’immagine metafisica che appartiene allo spazio del teatro cosmico ed è legata appunto alla creazione e distruzione dei mondi, ma rimane una scientificità per la struttura razionale con cui è raggiunta.
Dovrei lasciarmi addietro delle tracce poiché dimentico come raggiungo cognitivamente quello spazio e non sempre ho sufficiente energia per rifare la scala e posso perciò solo camminare. La Luce fa impazzire, fa diventare folli. Non solo, ci distrugge. Per questo amiamo la Luce, ma viviamo al buio. Wittgenstein la vuole gettare la scala, mentre io la voglio tenere e mi scompare. Semplicemente mi trovo dove mi lascio e ciò non è sempre un bene. Capisco ora il senso tecnico di un certo tipo di preghiera e, in generale, dei mantra. Disibinitori, wormhole in uno spaziotempo in punti diversi dell’orizzonte degli eventi. Scale, appunto. Capisco la raffinatezza della preghiera che è come parola vivente, vivente attraverso la nostra apertura su di essa e attraverso essa. Il fatto che nessuna preghiera ha senso se è fatta di parole e se queste non sono parole che evochino un canale che è stato già aperto. In questo momento credo che sia una attrezzatura necessaria per questo tipo di viaggio.

Queste cronache non sono ancora delle preghiere, ma sono già qualcosa che possono aiutarmi nel cammino.

Dicevo tracce, non solo per ricordare come salire le scale, ma per sapere come scenderle. Il fatto è che si lasciano e si raggiungono dei luoghi. Luoghi metafisici. Dove mi trovo ho pochi strumenti a mia disposizione e ne sto affinando di nuovi. Nella solitudine della propria contemplazione si raggiungono dei luoghi in cui si dubita dell’esistenza stessa della località in quanto tale, una volta cessata la contemplazione si è di nuovo in quel gioco chiamato quotidianità dove devo essere una persona nel co-mondo quotidiano e localizzato. Devo riappropriarmi della maschera di un determinato contesto metafisico.

Occorre liberarsi del bagaglio di credenze per la paura e per la speranza che mi evocano. Questo pensiero originario è forse limitato dalle superstizioni: continuano a presentarsi fantasmi in questo viaggio, ma non credo di poter più tornare indietro. Sono i fantasmi della dottrina cristiano-cattolica che costituiscono il frame della singolarità linguistica più radicata nella mia memoria. Credo inoltre che queste paure e queste speranze non siano solo esclusivamente dannose. Sono anche utili appigli. Probabilmente la preghiera per la normalità storica è l’evocazione di queste paure e di queste speranze per condividere le paure e le speranze dei più.

Il Nulla dicevo, di questo al momento non dovrei avere difficoltà particolari nell’evocarlo. La Morte adempie perfettamente a questo ruolo. Mentre esiste un’altra via, forse quella chiamata della Mano Sinistra. L’ho percorsa e ho tatuato sul mio corpo uno scorpione per rammemorarmi di esserci passato, sapendo che prima o poi si sarebbe allontanato nel tempo e perciò perso nella memoria. Nonostante questo dovrei trovare il tempo per lasciare scritte altre tracce da poter seguire, perché è attraverso la Mano Sinistra che si ha un potere pratico se lo si cerca. E si è vicino ad una membrana del Nulla che è quel nichilismo giudicato cattivo. E purtroppo lo sto dimenticando. In questo momento non credo che tutte queste posizioni si superino, ma siano dialettiche interrotte, perciò non vanno abbandonate. La Luce di cui parlavo all’inizio illumina le vie e quello che penso in quei momenti è difficile da riportare. Sta di fatto che la Mano Sinistra mi ha fatto conoscere le maschere, perciò, a differenza di quello che alcune scuole della MS insegnano, il Potere dal suo interno.