Dialoghi sulle psicotecnologie

Televisione vs psiche

C’è un principio base che distingue un medium “caldo” come la radio o il cinema, da un medium “freddo” come il telefono o la TV. È caldo il medium che estende un unico senso fino a un’“alta definizione”: fino allo stato, cioè, in cui si è abbondantemente colmi di dati. Dal punto di vista visivo, una fotografia è un fattore di “alta definizione”, mentre un cartoon comporta una “bassa definizione”, in quanto contiene una quantità limitata di informazioni visive. Il telefono è un medium freddo, o a bassa definizione, perché attraverso l’orecchio si riceve una scarsa quantità di informazioni, e altrettanto dicasi, ovviamente, di ogni espressione orale rientrante nel discorso in genere perché offre poco ed esige un grosso contributo da parte dell’ascoltatore. Viceversa i media caldi non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare; comportano perciò una limitata partecipazione, mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico È naturale quindi che un medium caldo come la radio abbia sull’utente effetti molto diversi da quelli di un medium freddo come il telefono. […] Un medium caldo permette meno partecipazione di un medium freddo; una conferenza meno di un seminario, un libro meno di un dialogo. Con la stampa molte forme precedenti vennero escluse dalla vita e dall’arte e molte altre acquistarono una nuova intensità. Ma la nostra epoca è piena di casi che confermano il principio secondo il quale la forma calda esclude e la forma fredda include.

Tratto da Gli strumenti del comunicare di M. McLuhan.
Il primo apetto da evocare è storico: la TV che entra nelle case degli italiani nel secondo dopoguerra. Da lì a poco si assiste ad una occidentalizzazione; è l’avvio di un processo di conformità, di massificazione culturale che per rapidità non ha precedenti. A mio parere questa è la cifra significativa della “relazione indissolubile tra comunicazione e apprendimento, tra linguaggio e conoscenza” in quest’ambito. La TV porta i costumi, nel senso più ampio del termine, dal centro alla periferia. Li irradia e noi li apprendiamo.
La caratteristica del messaggio televisvo più saliente, secondo me, è la mimesi della realtà sociale, intendo dire che non è una voce come in radio, non è un corpo immobile come in foto, non è un una scena che devo immaginare come in un libro. Il grado di mimesi è estremo, a pari del cinema in questo senso. Ma è una mimesi che ha tutte le caratteristiche del medium freddo, cioè di essere incompleta. Non c’è nessuna simmetria, qualcuno parla e io ascolto (dunque imparo). Non si instuara un rapporto dialettico se non indirettamente – la dialettica tra noi e il messaggio televisivo è mediato dai cambiamenti socio-culturali. Non occorre illudersi, la sua natura di medium è sempre se stessa, sempre top-down. Ogni etnia – mi piace poco come raggruppamento ma mi piace molto meno usare ‘nazione’ – ha la TV che si merita. Credo che lo schermo sia una sorta di specchio statistico. Guardare la TV in questi termini è come assistere ad una parata in piazza, luogo che ho scelto per la metafora per la sua importanza, per la sua caratteristica di esprimere centralità, e di essere loco egregio per un modello da imitare – comodamente in salotto.

Affermare che il messaggio televisivo raggiunga gradi di mimesi estremi non esclude affatto che venga meno un apparato diegetico. Lì, nulla di quello che accade è autentico, ma è il darsi di una narrazione pre-esistente sottoforma di spettacolo, di accumulazione di immagini. Una narrazione pre-esistente non è solo lo script della pièce, ma è anche un qualcosa di ideologico e spacciato come sacrosanta e incontrovertibile verità attraverso le immagini, perciò distribuito dal centro in forma spettacolare. Abbuffarsi di televisione significa assorbire una narrazione-di-fondo implicita e a prima vista incontestabile: mondo e TV tendono a combaciare, ma non perché dietro ai cristalli dello schermo ci sia un mondo autentico, ma è il messaggio televisivo che racconta il mondo mentre crea un mondo.

Salve, trovo molto proficuo il dibattito che abbiamo prodotto sulla TV e vi propongo una provocazione. Cosa intendeva McLuhan con “il medium è il messaggio” ? La maggior parte delle analisi psicologiche, sociali, culturali sulla TV si concentrano sui contenuti trasmessi e quindi sui modelli, valori, insegnamenti impliciti, occulti, subliminali che questi veicolano. Ma proviamo a tralasciare il contenuto e interroghiamoci adesso sull’“effetto collaterale” della TV, l’effetto al quale forse McLuhan alludeva con il suo slogan? Che effetto produce la TV e come trasforma la nostra mente?

Quando guardiamo la TV diveniamo soggetti passivi, totalmente assoggettati al flusso comunicativo, ci trasformiamo in zombi? Assorbiamo inconsciamente modelli sociali volgari, violenti, di infima qualità? Il crescente consumo del mezzo televisivo a scapito del libro ha comportato un declino delle nostre facoltà cognitive e del nostro sviluppo sociale?

Non tutti credono che le cose stiano così. Steven Johnson, ad esempio, in “Tutto quello che fa male ti fa bene, perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti” propone serie argomentazioni in difesa della TV. Per prima cosa prova a smontare il presunto declino sociale cercando di dimostrare che dal secondo dopoguerra in poi (e cioè da quando ha iniziato la diffusione di massa della TV) le nostre società divengono progressivamente più complesse e di conseguenza l’intelligenza media non può che essere aumentata. Quali indizi si possono addurre? Beh, l’aumento esponenziale della letteratura scientifica e delle domande di brevetto, ad esempio, e poi l’effetto Flynn, e cioè il costante e significativo aumento della media dei punteggi dei test di intelligenza, osservato in questi decenni in tutti i paesi sviluppati. Queste tendenze potrebbero essere spiegate in molti modi diversi, ma rimane il fatto che si sono prodotte in un quadro caratterizzato da una parte dalla crescente difficoltà delle istituzioni educative a rispondere ai bisogni di una società in rapida trasformazione, e dall’altra dal progressivo consumo (soprattutto da parte delle nuove generazioni) di media come TV e videogiochi, a scapito della lettura di libri. Johnson analizza anche le statistiche prodotte dagli organi di polizia negli USA che testimoniano un vistoso e costante calo di crimini violenti in generale e della viokenza giovanile in particolare. Potrebbe quindi la TV aver giocato un ruolo in queste tendenze e concorso ad aumentare le nostre facoltà cognitive? Stando all’autore si, e ciò sarebbe avvenuto non necessariamente attraverso la diffusione di programmi educativi intenzionalmente progettati a scopo culturale, ma anzi, e forse meglio, con programmi di puro e semplice intrattenimento, anche quelli prodotti per essere graditi al grande pubblico …

Come qualcuno fra voi ha già messo in evidenza la decodifica del messaggio televisivo è un processo attivo e che richiede concentrazione (anche se, come vedremo, si diffonde fra i giovani un consumo in “multitasking” con altri media). Una concentrazione simile è richiesta a chi legge un testo. La differenza consiste nell’impegno di aree diverse della corteccia celebrale, come dimostrano i tracciati delle attività neuronali. Secondo Johnson quindi la TV ci impegna ad un lavoro di decodifica del linguaggio televisivo che nel corso degli anni, adeguandosi alle mutate realtà sociali, diviene progressivamente più complesso. Gli artifici linguistici sono molteplici, ma il più significativo consiste nella rappresentazioni di trame narrative multiple e più complesse.

Un esempio viene dall’analisi di serie televisive. Nell’immagine che qui vedete, Johnson ha riprodotto lo sviluppo della trama di una serie televisiva poliziesca di successo degli anni ’70, sostanzialmente lineare, posta a confronto con quella di un altro prodotto simile per genere degli anni 2000. Il notevole aumento di complessità si articola non solo con la proposizione di trame multiple, rappresentate anche contemporaneamente, ma anche con la riduzione di segnali che consentono di seguirle, con rappresentazione di intricate relazioni sociali e altri sratagemmi. Queste trasmissioni sollecitano a tenere conto di innumerevoli fattori, a ipotizzare relazioni, a cercare di scoprire cosa succederà dopo, a chiedersi come ci si comporterebbe nelle medesime situazioni: una palestra cognitiva che allena la nostra intelligenza sociale. La capacità di ricordare e valutare l’intera gamma delle relazioni sociali in un gruppo esteso è una abilità sempre più importante nella nostra vita e sempre più apprezzata negli ambienti altamente collaborativi che viviamo tutti i giorni.

Voi cosa ne pensate?

Discutere sui cambiamenti che occorrono dopo l’avvento della TV è un’impresa ardua. A noi come psicologi interessa (almeno) cosa cambia nel nostro a) cervello, nella nostra b) mente e nelle nostre c) relazioni con gli altri.

a) Si è parlato di neuroplasticità, e potremmo definirla la reattività della struttura cerebrale alle condizioni ambientali. Ed è un affare da neuroscienziati e a noi, emergentisti o monisti o dualisti che siamo, immaginiamo che ci sia una relazione tra struttura cerebrale e comportamento umano. A questo livello di complessità, secondo me, non riusciremmo mai a lavorare con la massa. Però è certo che questi cambiamenti organizzativi tra neuroni vi siano e li accettiamo tacitamente.

b) Mente… ok, parliamo in termini cognitivisti? comportamentisti? dinamici? etc. C’è della gran metafisica dietro al termine mente, ma ci siamo messi d’accordo tra noi e abbiamo individuato alcune aree critiche e le abbiamo descritte come più ci pareva nel corpus della psicologia generale. Queste aree sono ‘intelligenza’, ‘linguaggio’, ‘orientamento spaziale’, ‘percezione’, etc. La domanda posta com’è posta all’inizio da me, cioè come la TV influenza la mente, è indecidibile. Ha più senso chidere, per le nostre attuali conoscenza, come la TV influenza l’intelligenza, il linguaggio, l’orientamento spaziale, la percezione, etc.

c) Immaginando di scalare i gradi di complessità partendo dall’organizzazione neurale, la loro emergenza/manifestazione/epifenomeno mente, giungiamo al livello nel quale le menti si organizzano tra loro: le relazioni sociali. Immagino che ci siano diversi approcci descrittivi anche in questo settore, interattivo-cognitivista, transazionalista, etc. ma il fatto è che le nostre descrizioni non potranno più contare sul mero contenuto psicologico, ma dovremmo introdurre quanto meno un’analisi sociologica (quale?), semiotica (quale?), economica (quale?), etc.

Arrivati fino a qui dobbiamo riflettere su che frame orientarci. Ne decidiamo uno o più per contiguità dimensionale e abbiamo un solo elemento della nostra riflessione, perché ne servono due. A sommi capi l’etichetta della nostra dissertazione è x influenza y e quindi z. Per y e z siamo apposto, non lo siamo purtroppo con x. La TV ci rende più intelligenti può essere tradotta come “La TV influenza la nostra intelligenza e quindi abbiamo migliori performance cognitive“. Ritengo sia insufficiente a sviluppare la tesi.

La stessa cosa che ho fatto per l’ambito piscologico occorre farlo anche per la TV. La TV è un a) apparato elettronico, un b) medium, un c) contenitore di messaggi, etc. Escludiamo il primo livello di complessità, come abbiamo fatto con il cervello, perché a meno che non ci mettiamo a smontarla non diventeremo più intelligenti. Escludiamo anche la sua natura di medium, sebbene si tacci la monodirezionalità di essere malvagia in quanto tale, dobbiamo anche tener conto della strumentalità del medium. Se procedessimo con questo passo dovremmo accusare l’aria di essere malvagia perché veicola il messaggio della TV. Tutti d’accordo che la nostra tesi si intitolerà Il messaggio televisivo influenza la nostra intelligenza quindi le nostre performance cognitive migliorano?

Se non erro il confronto tra Strasky e Hutch (70) e i Soprano (2000) è un’analisi diacronica di una componente del messaggio, la ‘linearità della trama’, uno strumento diegetico. Visto che la trama è meno lineare allora serve più intelligenza per sgarbugliarla. D’accordo, ma si giungerebbe alla stessa conclusione tra Puffi (70) e Teletubbies (2000)? L’argomento così come posto mi pare fazioso e la non-linearità in quanto tale non è una palestra per la nostra intelligenza, ma lo è il contenuto, questa è la mia posizione. Nella fattispecie si tratta di un’analisi diacronica della linearità e questo vuol dire che parliamo di due strutture contingenti che mutano nel tempo e che si influenzano a vicenda, comunicazione televisiva e vita sociale, che, come ho detto in precedenza e nessuno ha smentito, sono in rapporto dialettico. Se la linearità delle serie TV segue nel tempo una riduzione cosa significa? Significa che la nostra vita sociale è meno lineare. Sono titubante nel dire che la nostra vita sociale è meno lineare perché la linearità delle trame dei serial si è ridotta. Mi pare più interessante, invece, che cosa viene raccontato nei due serial (narrativa e semiotica). Come ci si immedesima, grazie alla mimesi televisiva, nei personaggi dei due serial (psicologia). Espresso così, è cosa ci viene insegnato dal serial. Ed è qui che sposterei il focus della nostra discussione.

Facciamo un esperimento mentale. Se tutto il giorno venisse trasmesso un serial sulla vita criminale sempre meno lineare nel corso del tempo, noi diventeremmo dei criminali intelligentissimi?

Strumentalisti vs Deterministi tecnologici

Premetto che mi pongo tra gli strumentalisti tecnologici, ma non mi sento uno strumentalista idealista, cioè di uno che crede nella libertà tecnologica e che la considera altro da sé, un mondo disponibile ma mai vincolante. Mi sento uno strumentalista realista, cioè credo che ci sia la mia libertà di usare o meno una determinata tecnologia, ma che la mia decisione sia vincolata dalla contingenza sociale. Il che equivale a dire un determinista liberale, uno che crede che la disponibilità tecnologica sia quella, ma non si sia costretti ad usarla. E’ una questioni di gradi tra i due opposti, così come c’è lo strumentalista idealista c’è anche il determinista radicale che può essere incarnato da McLuhan. McLuhan sembra profetizzare uno skynet o un mondo a la Matrix, un futuro controfattuale in cui il sistema robotico-informatico prende il sopravvento sugli esseri umani che lo hanno prodotto. Da quello che ho potuto leggere questa visione catastrofista era nella Zeitgeist degli anni ’50 ’60; esisteva nell’intellighenzia la paura di un mondo asimoviano o al limite un brand new world huxleyano. Era una paura per le promesse distorte dalle nuove tecnologie, appunto. E ne avevano ben d’onde perché ascoltavano ancora l’eco della bomba atomica, del positivismo targato ‘800 e dei totalitarismi. Espressa così la paura determinista radicale ha pure senso.

Le cose non stanno così, non c’è nessuna tecnologia che ci domina; non credo nella rivolta dell’aratro e nemmeno del trattore. Fino a prova contraria le macchine, gli automi, non hanno voglia di esistere, per quanto sofisticati essi siano. Il desiderio di sopravvivere all’ambiente è, questa è la mia opinione, la ragion d’essere delle cose che dominano attivamente l’ambiente. I replicanti di Blade Runner, ad esempio, sembrano averne, ma a stento li si potrebbe chiamarli macchine: sarebbero macchine quanto si potrebbe chiamare l’uomo macchina vedendolo come insieme di pezzi organici. Nessuna ‘macchina’ artificiale, che io sappia, non ha ancora raggiunto questo confine. Se lo raggiungerà sarà opportuno non chiamarla macchina e nemmeno tecnologia, perché se così non fosse dovremmo sentirci macchine e tecnologie pure noi. Detto questo il problema deterministico radicale non si pone. Mi potreste dire che una forma di vita molto semplice, la più semplice che vi viene in mente, non ha desiderio, perché non ha facoltà psicologiche e se siete cattivi potrebbe non avere nemmeno una traccia di organizzazione nervosa. Protozoo, mi dite… ci addentriamo nei meandri più oscuri delle nostre categorie, non mi dilungherò perché non è la sede adatta. Credo che se per qualche motivo un sistema abbia maturato all’interno di sé le caratteristiche per la continuità della propria esistenza questo sistema possa essere reputato vivo. Il protozoo è vivo, ma non lo è l’aratro e non lo è nemmeno internet. Le tecnologie non sono vive, sono strumento dei vivi.

La metafora dell’ape e del fiore non regge. Non c’è una volontà nelle macchine che, mimetizzate da amiche dell’uomo, ci rende schiavi della loro riproduzione. Con questo modo di vedere le cose penseremmo che ci sia una volontà del motore a scoppio di non soccombere e spadroneggi sull’economia umana facendoci in primis dipendenti (come il nettare per le api) e in secundis addetti alla sua riproduzione. Sappiamo che non è così, c’è una volontà tutta umana dietro. Cui prodest? Il motore a scoppio va a petrolio, sono stati creati dipartimenti produttivi che è un peccato smantellare, e via discorrendo. Insomma l’esistenza del motore a scoppio dipende da (alcuni) di noi e non vuole, il motore, esistere di sua sponte. Supponiamo che esista un’alternativa molto più conveniente, molto meno inquinante, ecologicamente sostenibile del motore a scoppio, già progettata e già pronta per la sua produzione in serie che darebbe molti nuovi posti di lavoro per essere realizzata su scala. Perché dobbiamo viaggiare su un motore a scoppio? Questo è il cuore della posizione centrale determinista liberale/strumentalista realista. Le tecnologie ci sono, ma non sono sempre libere di essere poste in essere (e di conseguenza la nostra mancata appropriazione) per contingenze che hanno a che fare con la nostra organizzazione o, per meglio dire, società. Mi sento vicino alla posizione di Williams e all’eterogenesi dei fini tecnologici.

La controprova fornita dai deterministi, cioè quella della necessità di esprimere un bisogno umano, anche di aggregazione, attraverso una tecnologia è molto più interessante. In sostanza sostengono la dipendenza di un tipo di organizzazione ad un tipo di tecnologia. Però vale anche il contrario, cioè il darsi di una tecnologia perché vi è una organizzazione umana: c’è una relazione circolare propria dell’emergenza di una nuova complessità. Il fatto è che se c’è necessità nella tecnologia non c’è necessità nell’organizzazione, che è una nostra possibilità. In concreto non ci sarebbe chirurgo senza bisturi? Sì, ci sarebbe lo stesso. Oggi i chirurghi possono usare il laser. La relazione tra bisturi e chirurgia contemporanea, per assurdo, è che con il bisturi un chirurgo potrebbe aver operato l’inventore del laser accelerando lo sviluppo delle tecnologia che poi lo avrebbe surclassato. Per di più l’inventore del laser non pensava minimamente di creare uno strumento chirurgico! In questo senso c’è una dipendenza delle tecnologie tra di loro, il darsi di un bisturi laser è la tappa di un’espressione di bisogni e soddisfazioni cronologicamente successivi.

Ora vorrei fare un passo indietro, fino a qui è stata espressa un’idea ingenua di tecnologia. Noi nominiamo tecnologia e capiamo un riferimento generico ad un dispositivo meccanico-elettrico-elettronico-informatico-cibernetico. Però facciamo una indebita selezione di cosa sia tecnologia e cosa no. Téchne, uno dei cinque saperi aristotelici – gli altri quattro sono episteme, sapere scientifico; phronesi, senso comune; nous, idee trascendenti; sophia, saggezza – è l’arte, cioè la performance-che-porta-un-risultato. Tecnologia è il discorso su performance che portano a risultati, quindi. Non solo dispositivi fisici portano al compimento di un bisogno, ma anche cose quali l’organizzazione umana stessa. Cose come la politica, l’amministrazione, l’impresa, il parlamento, il denaro sono tecnologie. Tecnologie sono tutte le cose che applicano un controllo sull’ambiente, non solo oggetti, ma anche gli atti normativi autolegittimantisi lo sono. Detta così mi sento determinista anch’io perché, ad esempio, se voglio una laurea non ho altro mezzo che l’università o ancora più semplicemente se voglio un panino devo tirare fuori i soldi, prima ancora che avere il prosciutto. Questo a mio parere è il più grande determinismo a cui siamo sottoposti, quello dell’organizzazione sociale. Quello che un paio di paragrafi fa non permetteva il libero flusso delle tecnologie innovative.

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