Demiurghi nel Caos – frammenti

Per la teogonia classica il Caos è la divinità dell’inizio. Prima del Caos non è e non perché prima il Nulla, ma un prima non c’è mai stato in quanto il Tempo, Chronos, ne è un risvolto affiorato. Così come lo è lo Spazio. Caos è alfa e omega, è il buio fertile da cui tutto ciò che è possibile può emergere; è campo di entropia permanente. Non esiste una cosmogonia che non lo contempli come status antecedente e, se nella tradizione greca classica è genitore di titani e dèi, nella cosmogonia ebraico-cristiana vi fu l’intervento di Dio a plasmarlo – già è palese nel discorso l’etnocentricità della narrazione che viene esprimendosi e che descrive la nostra cultura dal suo interno. I primi versi della Genesi raccontano che “in principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque“. Già dal primo sguardo risalta una differenza sostanziale tra la tradizione pagana e quella ebraica. Il Caos pagano dà per inflorescenza il Cosmos, è un sorgere delle organizzazioni spontaneo e le genealogie risalgono al Caos generatore. Il Caos qui è soggetto attivo, mentre non lo è nella dottrina ebraico-cristiana, dove è soggetto sottinteso e passivo; è foglio bianco, «tenebre che coprono un abisso», sul quale Dio, il Demiurgo, disegna il suo Cosmos. Nel mito pagano c’è un’accidentalità dell’ordine, nel mito ebraico-cristiano c’è una intenzionalità. Volenti o nolenti, il mito della Creazione influenza la nostra visione-del-mondo di Occidentali educati ad una sacralità del Cosmos in quanto è emanazione della divinità, sua idea e suo progetto, sua volontà. Alterare l’ordine sacro è Hýbris, in quanto l’ordine sacro è la Legge che violata determina la Punizione divina. Nel mito pagano l’Hýbris si sconta qualora si offenda uno degli dèi. La causalità è circa la stessa, ma vi è anche qui una differenza. Gli dèi sono capricciosi, hanno aree di competenza specifiche e sovrapponibili (e sovente conflittuali) ed essendo una plurivocalità di regole quelle che giungono all’Uomo, il corpus normativo è bizzarro e ricco di eccezioni. La Voce di Dio è una e la sua area di competenza è il tutto. La sua presenza è totalizzante e onniveggente, onnipotente. Facciamo ora un salto sulla Terra, tra i mortali – dal Sacrum al Publicum. Qui la linea che separa il Caos dal Cosmos è molto sottile e viene regolarmente fatta passare da un punto arbitrario, posto intenzionalmente per cristallizzare e prescrivere una verità. Definire ed annunciare questa verità ha da sempre avuto un’importanza cruciale per l’establishment, in quanto il Cosmos è un istituto politico e, come nella tradizione mitologica, il Cosmos può rifuggire e contrastare il Caos, che è «distruttore e antagonista», cioè il Male, ed è il caso della tradizione ebraico-cristiana, o può essere sostrato permanente e pervasivo senza connotazioni, ed è il caso della tradizione pagana. Tradurre il mito, per così dire de-mi(s)tificarlo, in una forma politica è il primo passo per comprendere quanto proverò a raccontare dei nostri tempi nel seguente documento iniziato appunto con due verità contrapposte, due logos e due mythos.

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Il Cosmos politico è uno status quo in due modi: è contingente ed è intenzionale. È contingente perché è e può non essere, nel senso che si dà come una congiuntura storica; emersione di un sistema ecologico per l’esistenza umana con condizioni a contorno delimitate temporalmente. È intenzionale perché appunto è prescritto dal di dentro, con la motivazione intrinseca di conservarlo intatto, così com’è in quel momento. Il Cosmos politico si conserva attraverso l’autopoiesi: si inventa, si definisce, pone il seme della sua riproduzione dal suo interno. Maturana e Varela negli anni ’60 spiegano che “un sistema autopoietico è organizzato come una rete di processi di produzione di componenti che produce le componenti che attraverso le loro interazioni e trasformazioni rigenerano continuamente e realizzano la rete di processi che le producono e la costituiscono come un’unità concreta nello spazio in cui esse esistono, specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto tale rete”. Il Cosmos politico riproduce se stesso attraverso il logos che descrive cosa è Cosmos e Caos, traducendoli  nelle prescrizioni di categorie morali introiettabili e di norme giuridiche operazionalizzabili dalla comunità che il Potere governa. Il Cosmos viene così ad essere valore, nel senso sociologico del termine. Con una interpretazione popitziana, la continuità dell’esistenza del Cosmos, impostata come valore sociologico, è espressa sottoforma di minaccia e la traduzione suona così: se non farai come da noi prescritto allora noi ti puniremo. Badate bene, c’è solo la Minaccia e non c’è nessuna Promessa. Sorge necessario aprire una breve parentesi. La promessa e la minaccia formano il duo comunicativo-pragmatico che esce dalla bocca del Potere che giunge alle orecchie delle forze psicologiche che guidano l’agito umano, la speranza e la paura. La minaccia provoca paura, la promessa la speranza. Per legittimare la Minaccia e la richiesta conformità alle leggi che sanciscono tale Minaccia, i moderni Stati-nazione premiano il cittadino con una formula che talvolta appare nella loro Costituzione (ma è la cifra identitaria della cittadinanza occidentale, comunque). È il caso della Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 Luglio 1776, la quale decreta che “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness“; l’articolo 1 della Costituzione francese, 24 Giugno 1793 delucida che “Lo scopo della società è la felicità comune. – Il Governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili“. All’indomani della Rivoluzione francese, nell’epoca dei Lumi, all’improvviso l’Occidente si innamora di una parola: Felicità. E ne è ancora innamorato. L’inseguimento, «the pursuit», della Felicità, in una dimensione privata (americana) o pubblica (francese), anima la Promessa moderna. Ma è una promessa che non può essere mantenuta perché non c’è nessuna Felicità da rincorrere, se non quella scritta in grande, a mo’ di pay-off, sullo striscione che aleggia nel cielo trascinato dall’aeroplano del Potere. “Fate come diciamo, sarete felici! E se insieguite la Felicità è perché siete infelici, giusto?”. Che grande svista!, amettiamo la buona fede, ma l’Illuminismo ha inventato gli infelici (di stato).

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La maturazione delle Tecnologie del Caos non poteva giungere ad un punto di sviluppo così avanzato se non con l’impianto stabile della globalizzazione, che per definizione è su scala mondiale e, altrimenti, non potrebbe essere. La stanza dei bottoni contemporanea ha un raggio distribuito su tutta la superficie del globo e può amministrare, oltre che l’esistente, l’esprimersi del caso degli eventi storici con una precisione mai vista in precedenza. Le Tecnologie del Caos permettono appunto di poter plasmare la Storia; in un certo senso sono l’equivalente delle figure retoriche per la lingua. Purché sia raggiungibile dai mass-media, questo Potere è foucoultianamente ogniddove, essendo allo stesso tempo in nessun luogo perché occulto è da chi proviene e lo esercita. Ma gli Arcana imperii sono patrimonio del Potere da immemore data – mi direte. Sì certo, ma si racconta negli ambienti della biologia che l’emersione di facoltà qualitativamente più evolute sia data da una differenza di grado di facoltà fileticamente arcaiche: qui, mai ex novo e mai ex nihilo. La differenza di grado con il passato sta nell’estensione del territorio e nella tecnologia, così dalla tecnocrazia post-moderna si è passati ad una vera e propria «demiurgia», nel senso che il Demiurgo realizza il suo misterioso disegno sovranazionale regolando il flusso ematico dell’organismo sociale tecnocraticizzato, e il sangue è il capitale monetario scisso idealmente da ogni contingenza del ciclo produzione-consumo. Il denaro vive di vita propria e il precedente sistema ne era l’incubatrice. Il Caos si è fatto meno entropico vincolando a un numero di regole minore l’andamento della Storia, che è diventata al contempo più rapida e quindi, potenzialmente, meno imprevedibile. In questo contesto la relatività del tempo è associata, per essere meno vaghi, alla percezione del tempo dal nostro punto d’osservazione, di noi come soggetti. L’economia politica e la finanza ora ne sono i manuali d’uso, i media ne sono i catalizzatori. Una delle caratteristiche dei sistemi caotici è la sensibilità alle condizioni iniziali, ovvero a minimi cambiamenti in un punto cronologico (tempo 0) corrispondono una quantità finita di cambiamenti in un punto cronologico successivo (tempo 1). Quanto ammesso in precedenza, cioè che il ritmo della Storia è accelerato fino alla soglia di velocità di percezione del soggetto, fa sì che molto spesso queste due misurazioni non debbano essere apportate in un lasso di tempo proporzionale all’estensione del territorio, ma è sufficiente un tempo localicistico per la stretta interdipendenza culturale ed economica, comunicativa. È come se io, soggetto, fossi lì ed assistessi allo svolgersi della Storia. Il caso delle Torri Gemelle è paradigmatico. Istantaneamente una porzione del mondo è allineata con delle scelte del futuro (che ora è passato); New York era a pochi kilometri da casa mia. Non vorrei soffermarmi sul versante diegetico in questo contesto. Una seconda caratteristica dei sistemi caotici è quella per cui ad un maggior numero di regole corrisponde una maggiore indeterminazione nello svolgimento del gioco. Sebbene le regole degli scacchi non siano molte, le partite differenti che si possono disputare tendono all’infinito; possiamo dire lo stesso del filetto? Alla prima mossa del filetto posso immaginare un corso degli eventi, negli scacchi mi è enormemente più difficile. Aver mosso il pedone in quel modo può essere insignificante nell’insieme di tutte le mosse compiute fino allo scacco matto oppure avere un’importanza cruciale; credere in un corso o in un altro è un’operazione fideistica più che statistica. Ecco, le regole del mondo sono schiacciate nelle dimensioni dell’economia e della finanza, così, come premesso, viene snellita anche l’indeterminazione. La reductio del mondo, con la metafora del gioco, rende il mondo più piccolo e meno complicato da organizzare e amministrare. È, dunque, qualitativamente diverso dal mondo-delle-nazioni con una governance tecnocratica. Una delle domande che probabilmente sfugge ad ogni morale, ma che riflette un pessimismo comprovato dall’esperienza è: sarà in grado l’Uomo, detronizzato Dio e la Grande Madre, essere dio di se stesso?

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Non sono d’accordo con Pasolini che profetizza la sterilizzazione e l’omologazione della passionalità e l’abolimento del caos sotto l’amministrazione della tecnica da parte del «Potere Nuovo». A scanso d’equivoci cito testualmente la fonte tratta da Scritti corsari – «16 Luglio 1973. La prima vera rivoluzione di Destra»: “L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un weekend ad Ostia. Cosa in cui c’è un residuo di umanità proprio nella passionalità e nel caos in cui tali nuovi valori vengono vissuti. In attesa che la passionalità venga del tutto sterilizzata e omologata e il caos venga tecnicamente abolito, il nuovo potere reale concede ancora un terreno vago dove il finto potere all’antica possa proclamare la bontà dell’interiorizzazione come evasione nobile, disprezzo di beni, e consolazione per i beni perduti”. A cosa serve un individuo senza passioni? Casomai il desiderio deve essere reso insaziabile ed ipertrofico persino nella personalità più grigia per un imperativo sia economico, sia di controllo. L’immagine dell’individuo contemporaneo è quella dell’homunculus somestetico, con tutte le sue estremità sproporzionate: labbra e lingua gonfie per essere sempre affamato e assetato; genitali enormi a la Priapo e Sheela-na-gig per ostentare la foia di una libido da adolescente anche a novant’anni; mani grandi da riempire con ogni merce che capiti a tiro. Ripeto, a cosa serve un individuo senza passioni ad un impero che stipula la sua autorità basandosi sulla escatologia della miseria? La miseria deve essere continuamente reinventata, possibilmente facendo credere che l’abbondanza di ieri sia una nuova forma di miseria di cui sbarazzarsi con ciclicità. Non basta che l’uomo preghi il dio denaro intonando la geremiade “mi dolgo della mia miseria”, ma anche l’animale deve urlare “consumo dunque esisto, perché consumare è l’unico mondo possibile”! L’animale non si lascia convincere dalle parole, è sordo alla persuasione del logos. Gli addestratori modellano i comportamenti sullo stile pavloviano e skinneriano, d’altronde… così le classi subalterne, praticamente tutte (anche la borghesia), sono un criceto dopato che gira entusiasticamente su una ruota e altro non può, o non vuole, o non riesce ad immaginare. La profezia di Pasolini, a meno che il desiderio collassi in un’implosione come una super nova, è in prospettiva piuttosto lontana al realizzarsi. L’uomo apassionale, omologato, ubbidiente al controllo è tale e quale al robot, che in ceco appunto significa “lavoro forzato”. Forse c’è una contaminazione dell’immaginario dovuta alla Zeitgeist fantascientifica del periodo post-guerra, dove (prendete documenti divulgativi dell’epoca, era proprio una paura dell’intelligencija!) Asimov ne era il cantore. A turbare la natura umana, in questo senso, dovrebbe intervenire pesantemente l’ingegneria genetica e produrre in vitro una natura umana-robotica, nel comportamento, s’intende. Che l’aspirazione dell’establishment sia quella di ergersi sulla piramide come nelle società degli insetti sociali, però, non v’è dubbio. Però credo che in fondo sia contemporaneamente un incubo rinunciare alla vanità di non sentirsi migliori e invidiati: potenti ma umani, troppo umani. La sfida ottimale è quella di sedere sulla scranna tra sudditi uguali in potenza, non tra patetici “uomini-formica” aploidi. Dunque, ammettendo che non possa darsi il collasso della galassia passione, non v’è nessun valido motivo nel credere all’avverarsi della profezia. Non vi pare che il sistema sia al suo massimo splendore liberando ogni voglia e tentazione?

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Un cenno sul sistema economico è utile per far risaltare due caratteristiche di cui sopra: l’accorciamento dei tempi storici fino ad un eterno presente (che per un principio di relatività coincide con la distruzione delle distanze spaziali e all’apparizione dei perversi non-luoghi augeiani) e il distacco del mondo del capitale dal mondo della vita e la sua supremazia. Globalizzazione, delocalizzazione, terziarizzazione, downsizing, toyotismo, deregolamentazione del mercato del lavoro etc. si insinuano nelle descrizioni macrosociali contemporanee e di botto sembra impensabile non usare gli aggettivi flessibile e precario quando ci raccontiamo. Così per trattare il tema della flessibilità occorre tirare in ballo una quota molto consistente di come viene concepito il lavoro, il suo mercato e il consumo nell’Occidente contemporaneo. Per trattare invece il tema della precarità è necessario puntare lo sguardo sulle condizioni di vita dei lavoratori. Ovviamente le due sfere d’indagine sono collegate, ma occorrono due analisi diverse per l’una e per l’altra pur essendo due volti della stessa medaglia. Mi spiego meglio, può esserci flessibilità senza precarietà e precarietà senza flessibilità. Flessibile è la richiesta che il mercato delle merci fa alle organizzazioni quando il ciclo di produzione è influenzato dall’inconsistenza e imprevedibilità del flusso di consumo, flessibile è dunque l’organizzazione che deve adattarsi a rapide svolte nella domanda e, di conseguenza, nelle vendite. Mentre a livello intraorganizzativo è la richiesta che il datore di lavoro fa al suo dipendente quando quest’ultimo perfeziona il contratto che pone condizioni di lavoro poco definite nei ruoli, nelle prestazioni e nei tempi. Una nota a margine è che tendenzialmente le organizzazioni sono flessibili e con una struttura liquida perché quelle che non lo sono vengono «ammazzate» dalla flessibilità generale del mercato. Nella seconda modernità, per dirla con Bauman, ciò che non è liquido affonda, muore cioè di una morte darwiniana. La precarietà, invece, trova il suo dominio semantico nel definire la vita di tutti i giorni. Non è solo un fatto economico, la precarietà, ma è una grandezza psicologica, un sentimento di incertezza che ha come oggetto il proprio futuro. È nell’incertezza che si prova nel non poter più fare dei progetti a breve-medio termine, anche nel solo nel provare ad immaginare se si abiterà nella stessa casa tra un anno o le condizioni imporranno un trasferimento in un altro paese in cerca di un lavoro o non si avrà sufficiente capitale per mantenere la stessa abitazione di oggi. È appunto come vivere una vita a fotogrammi più che come un film: la continuità della discontinuità si fa nettamente evidente e l’individuo, il soggetto, non può che decidere che adattarsi ad un mondo in cui non può autodeterminarsi in modo autentico, ma il mondo getta i dadi per fornirgli un’identità più o meno frequentemente. Forse la caratteristica più interessante del sistema è che il ciclo produzione-consumo, per la sua caratteristica di essere circolare, è anche consumo-produzione: così noi stessi siamo la causa della nostra stessa precarietà – da Bernays in poi in modo evidente. Per trarre una conclusione su questo tema, nel contemporaneo capitalismo avanzato l’instabilità e la precarietà diventano la struttura su cui riprodurre le disuguaglianze di classe anonimamente. Il circuito del consumo, sommergendo la produzione nella logica del mercato, richiama l’uroboros e il suo autoreferenziale nutrirsi di sé. Non solo nel senso di creare un sistema chiuso di produzione di ricchezza, ma nel riuscire a nutrirsi delle proprie radici e produrne ricchezza a scapito della riproduzione della vita. La vita è sottomessa alla continuità del sistema: il sistema non è per l’Uomo, ma l’Uomo è per il sistema.

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