Cronache di viaggio

Proseguendo per il mio percorso ho incontrato un modo di pensiero che potrebbe essere quello che venne chiamato sophia. Potrei dire che conduca alla Luce o alla Verità, ma non avrei modo di chiamarla se non prendendo a prestito questo nome da chi già ha percorso questo sentiero prima di me. Rimane un’esperienza che viviamo e poi riportiamo. A me piace di più il nome Luce o illuminazione che Verità, nel senso che questo pensare fa come la luce del sole che mostra. Ma questa Luce mostra anche il Buio e per questo certe volte reputo che Luce e illuminazione non sia calzante o addirittura un ossimoro. La Verità in questo tempo ha cessato di essere la Luce, ma un suo prodotto. Anzi, ciò che la Luce svela il più delle volte è oscuro, è oscurità, mostra il Buio. A conti fatti questo pensare è diverso dalle altre forme di pensiero in quanto non è mi è chiaro in che modo sia vantaggioso, sembra al contrario uno svantaggio nell’ecologia in cui mi ritrovo. Per questo sembra diversa da altre conoscenze e probabilmente ha un’altra natura.
Sempre sono stato un’amante della Luce e sono sicuro che questo modo di pensiero sia originario, per cui l’abbiamo posseduto e poi abbandonato – nel senso di bandito – per il pensiero scientifico-razionale.  Non solo un abbandono ontogenetico, nel senso che si diviene adulti o anziani – è il pensiero del venuto al mondo – e si estingue a favore di un’altra forma di pensiero, ma è un oblio filogenetico richiesto per la cittadinanza industriale e, dunque, dal regime della tecnica moderna e post-moderna. Città in cui si è smarrito il senso dell’essere. A dire il vero credo sia la tecnocrazia post-moderna oggi a condurci direttamente alla sophia come sfogo, e, più in generale, il profilo epistemologico post-moderno che è quello della sfiducia nelle metanarrazioni.
Così è stato per me, sfiduciando tutte le strutture razionali prodotte dall’essere nella Storia e arrivando al concetto delle “singolarità linguistiche” dopo essere stato sospeso nel Nulla per un periodo tutto sommato molto lungo, periodo nel quale ho conseguito alcuni dei rudimenti dalla creazione e della distruzione dei mondi. E’ un’immagine che viene da lontano, quella delle singolarità linguistiche, un’immagine metafisica che appartiene allo spazio del teatro cosmico ed è legata appunto alla creazione e distruzione dei mondi, ma rimane una scientificità per la struttura razionale con cui è raggiunta.
Dovrei lasciarmi addietro delle tracce poiché dimentico come raggiungo cognitivamente quello spazio e non sempre ho sufficiente energia per rifare la scala e posso perciò solo camminare. La Luce fa impazzire, fa diventare folli. Non solo, ci distrugge. Per questo amiamo la Luce, ma viviamo al buio. Wittgenstein la vuole gettare la scala, mentre io la voglio tenere e mi scompare. Semplicemente mi trovo dove mi lascio e ciò non è sempre un bene. Capisco ora il senso tecnico di un certo tipo di preghiera e, in generale, dei mantra. Disibinitori, wormhole in uno spaziotempo in punti diversi dell’orizzonte degli eventi. Scale, appunto. Capisco la raffinatezza della preghiera che è come parola vivente, vivente attraverso la nostra apertura su di essa e attraverso essa. Il fatto che nessuna preghiera ha senso se è fatta di parole e se queste non sono parole che evochino un canale che è stato già aperto. In questo momento credo che sia una attrezzatura necessaria per questo tipo di viaggio.

Queste cronache non sono ancora delle preghiere, ma sono già qualcosa che possono aiutarmi nel cammino.

Dicevo tracce, non solo per ricordare come salire le scale, ma per sapere come scenderle. Il fatto è che si lasciano e si raggiungono dei luoghi. Luoghi metafisici. Dove mi trovo ho pochi strumenti a mia disposizione e ne sto affinando di nuovi. Nella solitudine della propria contemplazione si raggiungono dei luoghi in cui si dubita dell’esistenza stessa della località in quanto tale, una volta cessata la contemplazione si è di nuovo in quel gioco chiamato quotidianità dove devo essere una persona nel co-mondo quotidiano e localizzato. Devo riappropriarmi della maschera di un determinato contesto metafisico.

Occorre liberarsi del bagaglio di credenze per la paura e per la speranza che mi evocano. Questo pensiero originario è forse limitato dalle superstizioni: continuano a presentarsi fantasmi in questo viaggio, ma non credo di poter più tornare indietro. Sono i fantasmi della dottrina cristiano-cattolica che costituiscono il frame della singolarità linguistica più radicata nella mia memoria. Credo inoltre che queste paure e queste speranze non siano solo esclusivamente dannose. Sono anche utili appigli. Probabilmente la preghiera per la normalità storica è l’evocazione di queste paure e di queste speranze per condividere le paure e le speranze dei più.

Il Nulla dicevo, di questo al momento non dovrei avere difficoltà particolari nell’evocarlo. La Morte adempie perfettamente a questo ruolo. Mentre esiste un’altra via, forse quella chiamata della Mano Sinistra. L’ho percorsa e ho tatuato sul mio corpo uno scorpione per rammemorarmi di esserci passato, sapendo che prima o poi si sarebbe allontanato nel tempo e perciò perso nella memoria. Nonostante questo dovrei trovare il tempo per lasciare scritte altre tracce da poter seguire, perché è attraverso la Mano Sinistra che si ha un potere pratico se lo si cerca. E si è vicino ad una membrana del Nulla che è quel nichilismo giudicato cattivo. E purtroppo lo sto dimenticando. In questo momento non credo che tutte queste posizioni si superino, ma siano dialettiche interrotte, perciò non vanno abbandonate. La Luce di cui parlavo all’inizio illumina le vie e quello che penso in quei momenti è difficile da riportare. Sta di fatto che la Mano Sinistra mi ha fatto conoscere le maschere, perciò, a differenza di quello che alcune scuole della MS insegnano, il Potere dal suo interno.

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