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“Non dobbiamo chiederci se percepiamo veramente un mondo, dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che noi percepiamo. Più in generale, non dobbiamo chiederci se le nostre evidenze sono delle verità in sé: infatti se parliamo di illusione è perché abbiamo riconosciuto delle illusioni […]” scrive Maurice Merleau-Ponty nella premessa del suo più grande testo Fenomenologia della percezione. Sebbene le due asserzioni siano contemporaneamente di una semplicità disarmante e di una profondità apofantica, è, invece, complesso intenderne la portata nella nostra vita quotidiana individuale e nell’esistenza dell’Uomo in generale. “Spiegazioni potenziali fondamentali insoddisfacenti riguardo ai fatti possono avere una grande capacità di chiarificazione, se le loro condizioni false “sarebbero potute essere vere”; perfino  condizioni iniziali del tutto false possono riuscire illuminanti, talvolta in grado molto elevato […] ” argomenta Robert Nozick in Anarchia, Stato e Utopia e, questo breve stralcio tratto dall’introduzione, è la più importante conseguenza del riconoscere le illusioni: è possibile creare il reale dal falso e non è necessario che da una illusione riconosciuta ne consegua la conquista di una verità.

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