Archivi categoria: Sociologia del potere

DNA e Potere

Provando a variare di scala nell’Altro nell’esserci, il DNA, è possibile renderlo la metafora del Potere.  In tutte le cellule del corpo animale è riprodotto lo stesso codice genetico, che pur essendo identico in tutte, si esprime in una morfogenesi differente: la cellula epatica e il neurone, pur avendo una forma differente, sono portatrici dello stesso pre-gramma ed hanno funzioni diverse nell’organismo nella sua globalità incarnata chiudendosi nel pro-gramma. La relazione col Potere è esattamente questa: perché si dia organismo è necessario che ogni cellula sia portatrice del messaggio genetico (logos) e che lo esprima non-linearmente in media res: sono le cellule limitrofe a influenzare, diciamo così, micro-socialmente la diventità delle altre in una ecologia cellulare continua. Ogni comunità umana è comunità se nell’individuo si riproduce lo stesso codice, a differenza del codice genetico il codice culturale non è già pre-gramma in interiore homine, l’uomo è programma-incompleto e perciò programma-aperto e può essere estensione di sistemi differenti. C’è da aggiungere che l’analogia DNA-Potere si ferma alla riproduzione del codice micro-socialmente e all’estensibilità del sistema, perché, credo sia un fatto, le cellule sono cieche alla loro funzione, mentre l’uomo non lo è e può diventare altro in un sistema differente.

(2012) Elementi per una sociologia della riproduzione – La prossemica del potere

Demiurghi nel Caos – frammenti

Per la teogonia classica il Caos è la divinità dell’inizio. Prima del Caos non è e non perché prima il Nulla, ma un prima non c’è mai stato in quanto il Tempo, Chronos, ne è un risvolto affiorato. Così come lo è lo Spazio. Caos è alfa e omega, è il buio fertile da cui tutto ciò che è possibile può emergere; è campo di entropia permanente. Non esiste una cosmogonia che non lo contempli come status antecedente e, se nella tradizione greca classica è genitore di titani e dèi, nella cosmogonia ebraico-cristiana vi fu l’intervento di Dio a plasmarlo – già è palese nel discorso l’etnocentricità della narrazione che viene esprimendosi e che descrive la nostra cultura dal suo interno. I primi versi della Genesi raccontano che “in principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque“. Già dal primo sguardo risalta una differenza sostanziale tra la tradizione pagana e quella ebraica. Il Caos pagano dà per inflorescenza il Cosmos, è un sorgere delle organizzazioni spontaneo e le genealogie risalgono al Caos generatore. Il Caos qui è soggetto attivo, mentre non lo è nella dottrina ebraico-cristiana, dove è soggetto sottinteso e passivo; è foglio bianco, «tenebre che coprono un abisso», sul quale Dio, il Demiurgo, disegna il suo Cosmos. Nel mito pagano c’è un’accidentalità dell’ordine, nel mito ebraico-cristiano c’è una intenzionalità. Volenti o nolenti, il mito della Creazione influenza la nostra visione-del-mondo di Occidentali educati ad una sacralità del Cosmos in quanto è emanazione della divinità, sua idea e suo progetto, sua volontà. Alterare l’ordine sacro è Hýbris, in quanto l’ordine sacro è la Legge che violata determina la Punizione divina. Nel mito pagano l’Hýbris si sconta qualora si offenda uno degli dèi. La causalità è circa la stessa, ma vi è anche qui una differenza. Gli dèi sono capricciosi, hanno aree di competenza specifiche e sovrapponibili (e sovente conflittuali) ed essendo una plurivocalità di regole quelle che giungono all’Uomo, il corpus normativo è bizzarro e ricco di eccezioni. La Voce di Dio è una e la sua area di competenza è il tutto. La sua presenza è totalizzante e onniveggente, onnipotente. Facciamo ora un salto sulla Terra, tra i mortali – dal Sacrum al Publicum. Qui la linea che separa il Caos dal Cosmos è molto sottile e viene regolarmente fatta passare da un punto arbitrario, posto intenzionalmente per cristallizzare e prescrivere una verità. Definire ed annunciare questa verità ha da sempre avuto un’importanza cruciale per l’establishment, in quanto il Cosmos è un istituto politico e, come nella tradizione mitologica, il Cosmos può rifuggire e contrastare il Caos, che è «distruttore e antagonista», cioè il Male, ed è il caso della tradizione ebraico-cristiana, o può essere sostrato permanente e pervasivo senza connotazioni, ed è il caso della tradizione pagana. Tradurre il mito, per così dire de-mi(s)tificarlo, in una forma politica è il primo passo per comprendere quanto proverò a raccontare dei nostri tempi nel seguente documento iniziato appunto con due verità contrapposte, due logos e due mythos.

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Il Cosmos politico è uno status quo in due modi: è contingente ed è intenzionale. È contingente perché è e può non essere, nel senso che si dà come una congiuntura storica; emersione di un sistema ecologico per l’esistenza umana con condizioni a contorno delimitate temporalmente. È intenzionale perché appunto è prescritto dal di dentro, con la motivazione intrinseca di conservarlo intatto, così com’è in quel momento. Il Cosmos politico si conserva attraverso l’autopoiesi: si inventa, si definisce, pone il seme della sua riproduzione dal suo interno. Maturana e Varela negli anni ’60 spiegano che “un sistema autopoietico è organizzato come una rete di processi di produzione di componenti che produce le componenti che attraverso le loro interazioni e trasformazioni rigenerano continuamente e realizzano la rete di processi che le producono e la costituiscono come un’unità concreta nello spazio in cui esse esistono, specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto tale rete”. Il Cosmos politico riproduce se stesso attraverso il logos che descrive cosa è Cosmos e Caos, traducendoli  nelle prescrizioni di categorie morali introiettabili e di norme giuridiche operazionalizzabili dalla comunità che il Potere governa. Il Cosmos viene così ad essere valore, nel senso sociologico del termine. Con una interpretazione popitziana, la continuità dell’esistenza del Cosmos, impostata come valore sociologico, è espressa sottoforma di minaccia e la traduzione suona così: se non farai come da noi prescritto allora noi ti puniremo. Badate bene, c’è solo la Minaccia e non c’è nessuna Promessa. Sorge necessario aprire una breve parentesi. La promessa e la minaccia formano il duo comunicativo-pragmatico che esce dalla bocca del Potere che giunge alle orecchie delle forze psicologiche che guidano l’agito umano, la speranza e la paura. La minaccia provoca paura, la promessa la speranza. Per legittimare la Minaccia e la richiesta conformità alle leggi che sanciscono tale Minaccia, i moderni Stati-nazione premiano il cittadino con una formula che talvolta appare nella loro Costituzione (ma è la cifra identitaria della cittadinanza occidentale, comunque). È il caso della Dichiarazione di Indipendenza americana del 4 Luglio 1776, la quale decreta che “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness“; l’articolo 1 della Costituzione francese, 24 Giugno 1793 delucida che “Lo scopo della società è la felicità comune. – Il Governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili“. All’indomani della Rivoluzione francese, nell’epoca dei Lumi, all’improvviso l’Occidente si innamora di una parola: Felicità. E ne è ancora innamorato. L’inseguimento, «the pursuit», della Felicità, in una dimensione privata (americana) o pubblica (francese), anima la Promessa moderna. Ma è una promessa che non può essere mantenuta perché non c’è nessuna Felicità da rincorrere, se non quella scritta in grande, a mo’ di pay-off, sullo striscione che aleggia nel cielo trascinato dall’aeroplano del Potere. “Fate come diciamo, sarete felici! E se insieguite la Felicità è perché siete infelici, giusto?”. Che grande svista!, amettiamo la buona fede, ma l’Illuminismo ha inventato gli infelici (di stato).

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La maturazione delle Tecnologie del Caos non poteva giungere ad un punto di sviluppo così avanzato se non con l’impianto stabile della globalizzazione, che per definizione è su scala mondiale e, altrimenti, non potrebbe essere. La stanza dei bottoni contemporanea ha un raggio distribuito su tutta la superficie del globo e può amministrare, oltre che l’esistente, l’esprimersi del caso degli eventi storici con una precisione mai vista in precedenza. Le Tecnologie del Caos permettono appunto di poter plasmare la Storia; in un certo senso sono l’equivalente delle figure retoriche per la lingua. Purché sia raggiungibile dai mass-media, questo Potere è foucoultianamente ogniddove, essendo allo stesso tempo in nessun luogo perché occulto è da chi proviene e lo esercita. Ma gli Arcana imperii sono patrimonio del Potere da immemore data – mi direte. Sì certo, ma si racconta negli ambienti della biologia che l’emersione di facoltà qualitativamente più evolute sia data da una differenza di grado di facoltà fileticamente arcaiche: qui, mai ex novo e mai ex nihilo. La differenza di grado con il passato sta nell’estensione del territorio e nella tecnologia, così dalla tecnocrazia post-moderna si è passati ad una vera e propria «demiurgia», nel senso che il Demiurgo realizza il suo misterioso disegno sovranazionale regolando il flusso ematico dell’organismo sociale tecnocraticizzato, e il sangue è il capitale monetario scisso idealmente da ogni contingenza del ciclo produzione-consumo. Il denaro vive di vita propria e il precedente sistema ne era l’incubatrice. Il Caos si è fatto meno entropico vincolando a un numero di regole minore l’andamento della Storia, che è diventata al contempo più rapida e quindi, potenzialmente, meno imprevedibile. In questo contesto la relatività del tempo è associata, per essere meno vaghi, alla percezione del tempo dal nostro punto d’osservazione, di noi come soggetti. L’economia politica e la finanza ora ne sono i manuali d’uso, i media ne sono i catalizzatori. Una delle caratteristiche dei sistemi caotici è la sensibilità alle condizioni iniziali, ovvero a minimi cambiamenti in un punto cronologico (tempo 0) corrispondono una quantità finita di cambiamenti in un punto cronologico successivo (tempo 1). Quanto ammesso in precedenza, cioè che il ritmo della Storia è accelerato fino alla soglia di velocità di percezione del soggetto, fa sì che molto spesso queste due misurazioni non debbano essere apportate in un lasso di tempo proporzionale all’estensione del territorio, ma è sufficiente un tempo localicistico per la stretta interdipendenza culturale ed economica, comunicativa. È come se io, soggetto, fossi lì ed assistessi allo svolgersi della Storia. Il caso delle Torri Gemelle è paradigmatico. Istantaneamente una porzione del mondo è allineata con delle scelte del futuro (che ora è passato); New York era a pochi kilometri da casa mia. Non vorrei soffermarmi sul versante diegetico in questo contesto. Una seconda caratteristica dei sistemi caotici è quella per cui ad un maggior numero di regole corrisponde una maggiore indeterminazione nello svolgimento del gioco. Sebbene le regole degli scacchi non siano molte, le partite differenti che si possono disputare tendono all’infinito; possiamo dire lo stesso del filetto? Alla prima mossa del filetto posso immaginare un corso degli eventi, negli scacchi mi è enormemente più difficile. Aver mosso il pedone in quel modo può essere insignificante nell’insieme di tutte le mosse compiute fino allo scacco matto oppure avere un’importanza cruciale; credere in un corso o in un altro è un’operazione fideistica più che statistica. Ecco, le regole del mondo sono schiacciate nelle dimensioni dell’economia e della finanza, così, come premesso, viene snellita anche l’indeterminazione. La reductio del mondo, con la metafora del gioco, rende il mondo più piccolo e meno complicato da organizzare e amministrare. È, dunque, qualitativamente diverso dal mondo-delle-nazioni con una governance tecnocratica. Una delle domande che probabilmente sfugge ad ogni morale, ma che riflette un pessimismo comprovato dall’esperienza è: sarà in grado l’Uomo, detronizzato Dio e la Grande Madre, essere dio di se stesso?

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Non sono d’accordo con Pasolini che profetizza la sterilizzazione e l’omologazione della passionalità e l’abolimento del caos sotto l’amministrazione della tecnica da parte del «Potere Nuovo». A scanso d’equivoci cito testualmente la fonte tratta da Scritti corsari – «16 Luglio 1973. La prima vera rivoluzione di Destra»: “L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un weekend ad Ostia. Cosa in cui c’è un residuo di umanità proprio nella passionalità e nel caos in cui tali nuovi valori vengono vissuti. In attesa che la passionalità venga del tutto sterilizzata e omologata e il caos venga tecnicamente abolito, il nuovo potere reale concede ancora un terreno vago dove il finto potere all’antica possa proclamare la bontà dell’interiorizzazione come evasione nobile, disprezzo di beni, e consolazione per i beni perduti”. A cosa serve un individuo senza passioni? Casomai il desiderio deve essere reso insaziabile ed ipertrofico persino nella personalità più grigia per un imperativo sia economico, sia di controllo. L’immagine dell’individuo contemporaneo è quella dell’homunculus somestetico, con tutte le sue estremità sproporzionate: labbra e lingua gonfie per essere sempre affamato e assetato; genitali enormi a la Priapo e Sheela-na-gig per ostentare la foia di una libido da adolescente anche a novant’anni; mani grandi da riempire con ogni merce che capiti a tiro. Ripeto, a cosa serve un individuo senza passioni ad un impero che stipula la sua autorità basandosi sulla escatologia della miseria? La miseria deve essere continuamente reinventata, possibilmente facendo credere che l’abbondanza di ieri sia una nuova forma di miseria di cui sbarazzarsi con ciclicità. Non basta che l’uomo preghi il dio denaro intonando la geremiade “mi dolgo della mia miseria”, ma anche l’animale deve urlare “consumo dunque esisto, perché consumare è l’unico mondo possibile”! L’animale non si lascia convincere dalle parole, è sordo alla persuasione del logos. Gli addestratori modellano i comportamenti sullo stile pavloviano e skinneriano, d’altronde… così le classi subalterne, praticamente tutte (anche la borghesia), sono un criceto dopato che gira entusiasticamente su una ruota e altro non può, o non vuole, o non riesce ad immaginare. La profezia di Pasolini, a meno che il desiderio collassi in un’implosione come una super nova, è in prospettiva piuttosto lontana al realizzarsi. L’uomo apassionale, omologato, ubbidiente al controllo è tale e quale al robot, che in ceco appunto significa “lavoro forzato”. Forse c’è una contaminazione dell’immaginario dovuta alla Zeitgeist fantascientifica del periodo post-guerra, dove (prendete documenti divulgativi dell’epoca, era proprio una paura dell’intelligencija!) Asimov ne era il cantore. A turbare la natura umana, in questo senso, dovrebbe intervenire pesantemente l’ingegneria genetica e produrre in vitro una natura umana-robotica, nel comportamento, s’intende. Che l’aspirazione dell’establishment sia quella di ergersi sulla piramide come nelle società degli insetti sociali, però, non v’è dubbio. Però credo che in fondo sia contemporaneamente un incubo rinunciare alla vanità di non sentirsi migliori e invidiati: potenti ma umani, troppo umani. La sfida ottimale è quella di sedere sulla scranna tra sudditi uguali in potenza, non tra patetici “uomini-formica” aploidi. Dunque, ammettendo che non possa darsi il collasso della galassia passione, non v’è nessun valido motivo nel credere all’avverarsi della profezia. Non vi pare che il sistema sia al suo massimo splendore liberando ogni voglia e tentazione?

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Un cenno sul sistema economico è utile per far risaltare due caratteristiche di cui sopra: l’accorciamento dei tempi storici fino ad un eterno presente (che per un principio di relatività coincide con la distruzione delle distanze spaziali e all’apparizione dei perversi non-luoghi augeiani) e il distacco del mondo del capitale dal mondo della vita e la sua supremazia. Globalizzazione, delocalizzazione, terziarizzazione, downsizing, toyotismo, deregolamentazione del mercato del lavoro etc. si insinuano nelle descrizioni macrosociali contemporanee e di botto sembra impensabile non usare gli aggettivi flessibile e precario quando ci raccontiamo. Così per trattare il tema della flessibilità occorre tirare in ballo una quota molto consistente di come viene concepito il lavoro, il suo mercato e il consumo nell’Occidente contemporaneo. Per trattare invece il tema della precarità è necessario puntare lo sguardo sulle condizioni di vita dei lavoratori. Ovviamente le due sfere d’indagine sono collegate, ma occorrono due analisi diverse per l’una e per l’altra pur essendo due volti della stessa medaglia. Mi spiego meglio, può esserci flessibilità senza precarietà e precarietà senza flessibilità. Flessibile è la richiesta che il mercato delle merci fa alle organizzazioni quando il ciclo di produzione è influenzato dall’inconsistenza e imprevedibilità del flusso di consumo, flessibile è dunque l’organizzazione che deve adattarsi a rapide svolte nella domanda e, di conseguenza, nelle vendite. Mentre a livello intraorganizzativo è la richiesta che il datore di lavoro fa al suo dipendente quando quest’ultimo perfeziona il contratto che pone condizioni di lavoro poco definite nei ruoli, nelle prestazioni e nei tempi. Una nota a margine è che tendenzialmente le organizzazioni sono flessibili e con una struttura liquida perché quelle che non lo sono vengono «ammazzate» dalla flessibilità generale del mercato. Nella seconda modernità, per dirla con Bauman, ciò che non è liquido affonda, muore cioè di una morte darwiniana. La precarietà, invece, trova il suo dominio semantico nel definire la vita di tutti i giorni. Non è solo un fatto economico, la precarietà, ma è una grandezza psicologica, un sentimento di incertezza che ha come oggetto il proprio futuro. È nell’incertezza che si prova nel non poter più fare dei progetti a breve-medio termine, anche nel solo nel provare ad immaginare se si abiterà nella stessa casa tra un anno o le condizioni imporranno un trasferimento in un altro paese in cerca di un lavoro o non si avrà sufficiente capitale per mantenere la stessa abitazione di oggi. È appunto come vivere una vita a fotogrammi più che come un film: la continuità della discontinuità si fa nettamente evidente e l’individuo, il soggetto, non può che decidere che adattarsi ad un mondo in cui non può autodeterminarsi in modo autentico, ma il mondo getta i dadi per fornirgli un’identità più o meno frequentemente. Forse la caratteristica più interessante del sistema è che il ciclo produzione-consumo, per la sua caratteristica di essere circolare, è anche consumo-produzione: così noi stessi siamo la causa della nostra stessa precarietà – da Bernays in poi in modo evidente. Per trarre una conclusione su questo tema, nel contemporaneo capitalismo avanzato l’instabilità e la precarietà diventano la struttura su cui riprodurre le disuguaglianze di classe anonimamente. Il circuito del consumo, sommergendo la produzione nella logica del mercato, richiama l’uroboros e il suo autoreferenziale nutrirsi di sé. Non solo nel senso di creare un sistema chiuso di produzione di ricchezza, ma nel riuscire a nutrirsi delle proprie radici e produrne ricchezza a scapito della riproduzione della vita. La vita è sottomessa alla continuità del sistema: il sistema non è per l’Uomo, ma l’Uomo è per il sistema.

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Dialoghi sulle psicotecnologie

Televisione vs psiche

C’è un principio base che distingue un medium “caldo” come la radio o il cinema, da un medium “freddo” come il telefono o la TV. È caldo il medium che estende un unico senso fino a un’“alta definizione”: fino allo stato, cioè, in cui si è abbondantemente colmi di dati. Dal punto di vista visivo, una fotografia è un fattore di “alta definizione”, mentre un cartoon comporta una “bassa definizione”, in quanto contiene una quantità limitata di informazioni visive. Il telefono è un medium freddo, o a bassa definizione, perché attraverso l’orecchio si riceve una scarsa quantità di informazioni, e altrettanto dicasi, ovviamente, di ogni espressione orale rientrante nel discorso in genere perché offre poco ed esige un grosso contributo da parte dell’ascoltatore. Viceversa i media caldi non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare; comportano perciò una limitata partecipazione, mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico È naturale quindi che un medium caldo come la radio abbia sull’utente effetti molto diversi da quelli di un medium freddo come il telefono. […] Un medium caldo permette meno partecipazione di un medium freddo; una conferenza meno di un seminario, un libro meno di un dialogo. Con la stampa molte forme precedenti vennero escluse dalla vita e dall’arte e molte altre acquistarono una nuova intensità. Ma la nostra epoca è piena di casi che confermano il principio secondo il quale la forma calda esclude e la forma fredda include.

Tratto da Gli strumenti del comunicare di M. McLuhan.
Il primo apetto da evocare è storico: la TV che entra nelle case degli italiani nel secondo dopoguerra. Da lì a poco si assiste ad una occidentalizzazione; è l’avvio di un processo di conformità, di massificazione culturale che per rapidità non ha precedenti. A mio parere questa è la cifra significativa della “relazione indissolubile tra comunicazione e apprendimento, tra linguaggio e conoscenza” in quest’ambito. La TV porta i costumi, nel senso più ampio del termine, dal centro alla periferia. Li irradia e noi li apprendiamo.
La caratteristica del messaggio televisvo più saliente, secondo me, è la mimesi della realtà sociale, intendo dire che non è una voce come in radio, non è un corpo immobile come in foto, non è un una scena che devo immaginare come in un libro. Il grado di mimesi è estremo, a pari del cinema in questo senso. Ma è una mimesi che ha tutte le caratteristiche del medium freddo, cioè di essere incompleta. Non c’è nessuna simmetria, qualcuno parla e io ascolto (dunque imparo). Non si instuara un rapporto dialettico se non indirettamente – la dialettica tra noi e il messaggio televisivo è mediato dai cambiamenti socio-culturali. Non occorre illudersi, la sua natura di medium è sempre se stessa, sempre top-down. Ogni etnia – mi piace poco come raggruppamento ma mi piace molto meno usare ‘nazione’ – ha la TV che si merita. Credo che lo schermo sia una sorta di specchio statistico. Guardare la TV in questi termini è come assistere ad una parata in piazza, luogo che ho scelto per la metafora per la sua importanza, per la sua caratteristica di esprimere centralità, e di essere loco egregio per un modello da imitare – comodamente in salotto.

Affermare che il messaggio televisivo raggiunga gradi di mimesi estremi non esclude affatto che venga meno un apparato diegetico. Lì, nulla di quello che accade è autentico, ma è il darsi di una narrazione pre-esistente sottoforma di spettacolo, di accumulazione di immagini. Una narrazione pre-esistente non è solo lo script della pièce, ma è anche un qualcosa di ideologico e spacciato come sacrosanta e incontrovertibile verità attraverso le immagini, perciò distribuito dal centro in forma spettacolare. Abbuffarsi di televisione significa assorbire una narrazione-di-fondo implicita e a prima vista incontestabile: mondo e TV tendono a combaciare, ma non perché dietro ai cristalli dello schermo ci sia un mondo autentico, ma è il messaggio televisivo che racconta il mondo mentre crea un mondo.

Salve, trovo molto proficuo il dibattito che abbiamo prodotto sulla TV e vi propongo una provocazione. Cosa intendeva McLuhan con “il medium è il messaggio” ? La maggior parte delle analisi psicologiche, sociali, culturali sulla TV si concentrano sui contenuti trasmessi e quindi sui modelli, valori, insegnamenti impliciti, occulti, subliminali che questi veicolano. Ma proviamo a tralasciare il contenuto e interroghiamoci adesso sull’“effetto collaterale” della TV, l’effetto al quale forse McLuhan alludeva con il suo slogan? Che effetto produce la TV e come trasforma la nostra mente?

Quando guardiamo la TV diveniamo soggetti passivi, totalmente assoggettati al flusso comunicativo, ci trasformiamo in zombi? Assorbiamo inconsciamente modelli sociali volgari, violenti, di infima qualità? Il crescente consumo del mezzo televisivo a scapito del libro ha comportato un declino delle nostre facoltà cognitive e del nostro sviluppo sociale?

Non tutti credono che le cose stiano così. Steven Johnson, ad esempio, in “Tutto quello che fa male ti fa bene, perché la televisione, i videogiochi e il cinema ci rendono più intelligenti” propone serie argomentazioni in difesa della TV. Per prima cosa prova a smontare il presunto declino sociale cercando di dimostrare che dal secondo dopoguerra in poi (e cioè da quando ha iniziato la diffusione di massa della TV) le nostre società divengono progressivamente più complesse e di conseguenza l’intelligenza media non può che essere aumentata. Quali indizi si possono addurre? Beh, l’aumento esponenziale della letteratura scientifica e delle domande di brevetto, ad esempio, e poi l’effetto Flynn, e cioè il costante e significativo aumento della media dei punteggi dei test di intelligenza, osservato in questi decenni in tutti i paesi sviluppati. Queste tendenze potrebbero essere spiegate in molti modi diversi, ma rimane il fatto che si sono prodotte in un quadro caratterizzato da una parte dalla crescente difficoltà delle istituzioni educative a rispondere ai bisogni di una società in rapida trasformazione, e dall’altra dal progressivo consumo (soprattutto da parte delle nuove generazioni) di media come TV e videogiochi, a scapito della lettura di libri. Johnson analizza anche le statistiche prodotte dagli organi di polizia negli USA che testimoniano un vistoso e costante calo di crimini violenti in generale e della viokenza giovanile in particolare. Potrebbe quindi la TV aver giocato un ruolo in queste tendenze e concorso ad aumentare le nostre facoltà cognitive? Stando all’autore si, e ciò sarebbe avvenuto non necessariamente attraverso la diffusione di programmi educativi intenzionalmente progettati a scopo culturale, ma anzi, e forse meglio, con programmi di puro e semplice intrattenimento, anche quelli prodotti per essere graditi al grande pubblico …

Come qualcuno fra voi ha già messo in evidenza la decodifica del messaggio televisivo è un processo attivo e che richiede concentrazione (anche se, come vedremo, si diffonde fra i giovani un consumo in “multitasking” con altri media). Una concentrazione simile è richiesta a chi legge un testo. La differenza consiste nell’impegno di aree diverse della corteccia celebrale, come dimostrano i tracciati delle attività neuronali. Secondo Johnson quindi la TV ci impegna ad un lavoro di decodifica del linguaggio televisivo che nel corso degli anni, adeguandosi alle mutate realtà sociali, diviene progressivamente più complesso. Gli artifici linguistici sono molteplici, ma il più significativo consiste nella rappresentazioni di trame narrative multiple e più complesse.

Un esempio viene dall’analisi di serie televisive. Nell’immagine che qui vedete, Johnson ha riprodotto lo sviluppo della trama di una serie televisiva poliziesca di successo degli anni ’70, sostanzialmente lineare, posta a confronto con quella di un altro prodotto simile per genere degli anni 2000. Il notevole aumento di complessità si articola non solo con la proposizione di trame multiple, rappresentate anche contemporaneamente, ma anche con la riduzione di segnali che consentono di seguirle, con rappresentazione di intricate relazioni sociali e altri sratagemmi. Queste trasmissioni sollecitano a tenere conto di innumerevoli fattori, a ipotizzare relazioni, a cercare di scoprire cosa succederà dopo, a chiedersi come ci si comporterebbe nelle medesime situazioni: una palestra cognitiva che allena la nostra intelligenza sociale. La capacità di ricordare e valutare l’intera gamma delle relazioni sociali in un gruppo esteso è una abilità sempre più importante nella nostra vita e sempre più apprezzata negli ambienti altamente collaborativi che viviamo tutti i giorni.

Voi cosa ne pensate?

Discutere sui cambiamenti che occorrono dopo l’avvento della TV è un’impresa ardua. A noi come psicologi interessa (almeno) cosa cambia nel nostro a) cervello, nella nostra b) mente e nelle nostre c) relazioni con gli altri.

a) Si è parlato di neuroplasticità, e potremmo definirla la reattività della struttura cerebrale alle condizioni ambientali. Ed è un affare da neuroscienziati e a noi, emergentisti o monisti o dualisti che siamo, immaginiamo che ci sia una relazione tra struttura cerebrale e comportamento umano. A questo livello di complessità, secondo me, non riusciremmo mai a lavorare con la massa. Però è certo che questi cambiamenti organizzativi tra neuroni vi siano e li accettiamo tacitamente.

b) Mente… ok, parliamo in termini cognitivisti? comportamentisti? dinamici? etc. C’è della gran metafisica dietro al termine mente, ma ci siamo messi d’accordo tra noi e abbiamo individuato alcune aree critiche e le abbiamo descritte come più ci pareva nel corpus della psicologia generale. Queste aree sono ‘intelligenza’, ‘linguaggio’, ‘orientamento spaziale’, ‘percezione’, etc. La domanda posta com’è posta all’inizio da me, cioè come la TV influenza la mente, è indecidibile. Ha più senso chidere, per le nostre attuali conoscenza, come la TV influenza l’intelligenza, il linguaggio, l’orientamento spaziale, la percezione, etc.

c) Immaginando di scalare i gradi di complessità partendo dall’organizzazione neurale, la loro emergenza/manifestazione/epifenomeno mente, giungiamo al livello nel quale le menti si organizzano tra loro: le relazioni sociali. Immagino che ci siano diversi approcci descrittivi anche in questo settore, interattivo-cognitivista, transazionalista, etc. ma il fatto è che le nostre descrizioni non potranno più contare sul mero contenuto psicologico, ma dovremmo introdurre quanto meno un’analisi sociologica (quale?), semiotica (quale?), economica (quale?), etc.

Arrivati fino a qui dobbiamo riflettere su che frame orientarci. Ne decidiamo uno o più per contiguità dimensionale e abbiamo un solo elemento della nostra riflessione, perché ne servono due. A sommi capi l’etichetta della nostra dissertazione è x influenza y e quindi z. Per y e z siamo apposto, non lo siamo purtroppo con x. La TV ci rende più intelligenti può essere tradotta come “La TV influenza la nostra intelligenza e quindi abbiamo migliori performance cognitive“. Ritengo sia insufficiente a sviluppare la tesi.

La stessa cosa che ho fatto per l’ambito piscologico occorre farlo anche per la TV. La TV è un a) apparato elettronico, un b) medium, un c) contenitore di messaggi, etc. Escludiamo il primo livello di complessità, come abbiamo fatto con il cervello, perché a meno che non ci mettiamo a smontarla non diventeremo più intelligenti. Escludiamo anche la sua natura di medium, sebbene si tacci la monodirezionalità di essere malvagia in quanto tale, dobbiamo anche tener conto della strumentalità del medium. Se procedessimo con questo passo dovremmo accusare l’aria di essere malvagia perché veicola il messaggio della TV. Tutti d’accordo che la nostra tesi si intitolerà Il messaggio televisivo influenza la nostra intelligenza quindi le nostre performance cognitive migliorano?

Se non erro il confronto tra Strasky e Hutch (70) e i Soprano (2000) è un’analisi diacronica di una componente del messaggio, la ‘linearità della trama’, uno strumento diegetico. Visto che la trama è meno lineare allora serve più intelligenza per sgarbugliarla. D’accordo, ma si giungerebbe alla stessa conclusione tra Puffi (70) e Teletubbies (2000)? L’argomento così come posto mi pare fazioso e la non-linearità in quanto tale non è una palestra per la nostra intelligenza, ma lo è il contenuto, questa è la mia posizione. Nella fattispecie si tratta di un’analisi diacronica della linearità e questo vuol dire che parliamo di due strutture contingenti che mutano nel tempo e che si influenzano a vicenda, comunicazione televisiva e vita sociale, che, come ho detto in precedenza e nessuno ha smentito, sono in rapporto dialettico. Se la linearità delle serie TV segue nel tempo una riduzione cosa significa? Significa che la nostra vita sociale è meno lineare. Sono titubante nel dire che la nostra vita sociale è meno lineare perché la linearità delle trame dei serial si è ridotta. Mi pare più interessante, invece, che cosa viene raccontato nei due serial (narrativa e semiotica). Come ci si immedesima, grazie alla mimesi televisiva, nei personaggi dei due serial (psicologia). Espresso così, è cosa ci viene insegnato dal serial. Ed è qui che sposterei il focus della nostra discussione.

Facciamo un esperimento mentale. Se tutto il giorno venisse trasmesso un serial sulla vita criminale sempre meno lineare nel corso del tempo, noi diventeremmo dei criminali intelligentissimi?

Strumentalisti vs Deterministi tecnologici

Premetto che mi pongo tra gli strumentalisti tecnologici, ma non mi sento uno strumentalista idealista, cioè di uno che crede nella libertà tecnologica e che la considera altro da sé, un mondo disponibile ma mai vincolante. Mi sento uno strumentalista realista, cioè credo che ci sia la mia libertà di usare o meno una determinata tecnologia, ma che la mia decisione sia vincolata dalla contingenza sociale. Il che equivale a dire un determinista liberale, uno che crede che la disponibilità tecnologica sia quella, ma non si sia costretti ad usarla. E’ una questioni di gradi tra i due opposti, così come c’è lo strumentalista idealista c’è anche il determinista radicale che può essere incarnato da McLuhan. McLuhan sembra profetizzare uno skynet o un mondo a la Matrix, un futuro controfattuale in cui il sistema robotico-informatico prende il sopravvento sugli esseri umani che lo hanno prodotto. Da quello che ho potuto leggere questa visione catastrofista era nella Zeitgeist degli anni ’50 ’60; esisteva nell’intellighenzia la paura di un mondo asimoviano o al limite un brand new world huxleyano. Era una paura per le promesse distorte dalle nuove tecnologie, appunto. E ne avevano ben d’onde perché ascoltavano ancora l’eco della bomba atomica, del positivismo targato ‘800 e dei totalitarismi. Espressa così la paura determinista radicale ha pure senso.

Le cose non stanno così, non c’è nessuna tecnologia che ci domina; non credo nella rivolta dell’aratro e nemmeno del trattore. Fino a prova contraria le macchine, gli automi, non hanno voglia di esistere, per quanto sofisticati essi siano. Il desiderio di sopravvivere all’ambiente è, questa è la mia opinione, la ragion d’essere delle cose che dominano attivamente l’ambiente. I replicanti di Blade Runner, ad esempio, sembrano averne, ma a stento li si potrebbe chiamarli macchine: sarebbero macchine quanto si potrebbe chiamare l’uomo macchina vedendolo come insieme di pezzi organici. Nessuna ‘macchina’ artificiale, che io sappia, non ha ancora raggiunto questo confine. Se lo raggiungerà sarà opportuno non chiamarla macchina e nemmeno tecnologia, perché se così non fosse dovremmo sentirci macchine e tecnologie pure noi. Detto questo il problema deterministico radicale non si pone. Mi potreste dire che una forma di vita molto semplice, la più semplice che vi viene in mente, non ha desiderio, perché non ha facoltà psicologiche e se siete cattivi potrebbe non avere nemmeno una traccia di organizzazione nervosa. Protozoo, mi dite… ci addentriamo nei meandri più oscuri delle nostre categorie, non mi dilungherò perché non è la sede adatta. Credo che se per qualche motivo un sistema abbia maturato all’interno di sé le caratteristiche per la continuità della propria esistenza questo sistema possa essere reputato vivo. Il protozoo è vivo, ma non lo è l’aratro e non lo è nemmeno internet. Le tecnologie non sono vive, sono strumento dei vivi.

La metafora dell’ape e del fiore non regge. Non c’è una volontà nelle macchine che, mimetizzate da amiche dell’uomo, ci rende schiavi della loro riproduzione. Con questo modo di vedere le cose penseremmo che ci sia una volontà del motore a scoppio di non soccombere e spadroneggi sull’economia umana facendoci in primis dipendenti (come il nettare per le api) e in secundis addetti alla sua riproduzione. Sappiamo che non è così, c’è una volontà tutta umana dietro. Cui prodest? Il motore a scoppio va a petrolio, sono stati creati dipartimenti produttivi che è un peccato smantellare, e via discorrendo. Insomma l’esistenza del motore a scoppio dipende da (alcuni) di noi e non vuole, il motore, esistere di sua sponte. Supponiamo che esista un’alternativa molto più conveniente, molto meno inquinante, ecologicamente sostenibile del motore a scoppio, già progettata e già pronta per la sua produzione in serie che darebbe molti nuovi posti di lavoro per essere realizzata su scala. Perché dobbiamo viaggiare su un motore a scoppio? Questo è il cuore della posizione centrale determinista liberale/strumentalista realista. Le tecnologie ci sono, ma non sono sempre libere di essere poste in essere (e di conseguenza la nostra mancata appropriazione) per contingenze che hanno a che fare con la nostra organizzazione o, per meglio dire, società. Mi sento vicino alla posizione di Williams e all’eterogenesi dei fini tecnologici.

La controprova fornita dai deterministi, cioè quella della necessità di esprimere un bisogno umano, anche di aggregazione, attraverso una tecnologia è molto più interessante. In sostanza sostengono la dipendenza di un tipo di organizzazione ad un tipo di tecnologia. Però vale anche il contrario, cioè il darsi di una tecnologia perché vi è una organizzazione umana: c’è una relazione circolare propria dell’emergenza di una nuova complessità. Il fatto è che se c’è necessità nella tecnologia non c’è necessità nell’organizzazione, che è una nostra possibilità. In concreto non ci sarebbe chirurgo senza bisturi? Sì, ci sarebbe lo stesso. Oggi i chirurghi possono usare il laser. La relazione tra bisturi e chirurgia contemporanea, per assurdo, è che con il bisturi un chirurgo potrebbe aver operato l’inventore del laser accelerando lo sviluppo delle tecnologia che poi lo avrebbe surclassato. Per di più l’inventore del laser non pensava minimamente di creare uno strumento chirurgico! In questo senso c’è una dipendenza delle tecnologie tra di loro, il darsi di un bisturi laser è la tappa di un’espressione di bisogni e soddisfazioni cronologicamente successivi.

Ora vorrei fare un passo indietro, fino a qui è stata espressa un’idea ingenua di tecnologia. Noi nominiamo tecnologia e capiamo un riferimento generico ad un dispositivo meccanico-elettrico-elettronico-informatico-cibernetico. Però facciamo una indebita selezione di cosa sia tecnologia e cosa no. Téchne, uno dei cinque saperi aristotelici – gli altri quattro sono episteme, sapere scientifico; phronesi, senso comune; nous, idee trascendenti; sophia, saggezza – è l’arte, cioè la performance-che-porta-un-risultato. Tecnologia è il discorso su performance che portano a risultati, quindi. Non solo dispositivi fisici portano al compimento di un bisogno, ma anche cose quali l’organizzazione umana stessa. Cose come la politica, l’amministrazione, l’impresa, il parlamento, il denaro sono tecnologie. Tecnologie sono tutte le cose che applicano un controllo sull’ambiente, non solo oggetti, ma anche gli atti normativi autolegittimantisi lo sono. Detta così mi sento determinista anch’io perché, ad esempio, se voglio una laurea non ho altro mezzo che l’università o ancora più semplicemente se voglio un panino devo tirare fuori i soldi, prima ancora che avere il prosciutto. Questo a mio parere è il più grande determinismo a cui siamo sottoposti, quello dell’organizzazione sociale. Quello che un paio di paragrafi fa non permetteva il libero flusso delle tecnologie innovative.

Per una pragmatica del mobbing

Finora nella narrativa prodotta da psicologia del lavoro, e in seguito dalla giurisprudenza, il mobbing è stato analizzato e descritto negli aspetti che rispondono alle domande: cos’è il mobbing?, come viene effettuato?, chi lo fa?, cosa accade alla vittima?.
Il testo propone una chiave di lettura pragmatica del mobbing. Il mobbing qui viene inteso, quindi, come dinamica nel gruppo attuata al raggiungimento di uno scopo. L’obiettivo finale è la ricerca di pattern tipici di interessi che determinano l’insorgenza di mobbing all’interno di gruppi, in modo particolare i gruppi di lavoro nel contesto aziendale. La classificazione dei pattern dovrebbe rispondere alla domanda perché?.
La metodologia consiste nello studio qualitativo sistematico di casi di mobbing, in cui cercherò di rilevare il motivo per cui tale dinamica è stata attuata. Una prima avvertenza è relativa alla natura delle testimonianze: sono sempre delle vittime e per di più non è possibile integrare l’informazione con il punto di vista della controparte. Non sono reperibili confessioni o testimonianze di mobber.
La narrazione degli eventi è unilaterale e la mia posizione è di considerare acriticamente vera la versione dei fatti.

Introduzione

Che il fenomeno del mobbing sia diventato rilevante e ampiamente discusso negli ultimi trent’anni  è forse  grazie al fatto che è una spesa maggiore da sostenere per l’impresa. Nondimeno, conti alla mano, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) dichiara che una vittima delle vessazioni sul posto di lavoro costa all’azienda intorno al 190% della retribuzione annua lorda del lavoratore colpito. Dunque, se una risorsa umana vessata non fosse economicamente svantaggiosa esisterebbe la parola mobbing applicata al contesto lavorativo? Fatto sta che prima degli studi di Heinz Leymann, avvenuti negli anni ’80, la prevaricazione psicologica sul piano professionale era considerata “fisiologica” per il funzionamento ottimale dell’organizzazione. Quest’apertura dal tono polemico ha il preciso intento di palesare una costante antropica che gode della proprietà dell’invarianza di scala, ossia che si ripropone nella stessa forma a qualsiasi livello di ingrandimento. Impostando la nostra lente con lo scopo di osservare il rapporto molecolare interindividuale e poi aggiustando il fattore di ingrandimento per raggiungere un grado che ci permetta di vedere i legami polimerici della  società nel suo completo, scorgeremmo sempre la componente utilitaristica e strumentale nei confronti dell’altro con il fine di ottenere benefici individuali o di classe d’appartenenza. Questo significa che il mobbing, con le sue dinamiche vessatorie e spersonalizzanti perpetrate nei confronti di una vittima scomoda, non è a completo appannaggio dell’ambiente lavorativo, anzi che sia rilevabile con un’alta incidenza fra le mura delle aziende è un fatto accidentale in quanto il mobbing è prima di tutto un fenomeno gruppale; non a caso il termine è stato preso in prestito dall’etologia e coniato da Konrad Lorenz per descrivere il comportamento di altre specie animali sociali. È accidentale che sia principalmente applicato al lavoro in quanto per la maggior parte dell’esistenza l’individuo adulto la trascorre in uffici, officine, laboratori e fabbriche, per cui è inevitabile che ivi sia più presente. D’altronde le stesse dinamiche perpetrate sul posto di lavoro possono essere applicate ad altri contesti in cui si fa gruppo, come famiglia, scuola, attività sportive, associazioni culturali, attività ricreative etc.

Il contesto lavorativo: relazioni umane tra interdipendenza di compito e potere

Per von Clausewitz, generale prussiano del XVIII secolo, «la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi».

Fondamentalmente il mobbing, come la guerra, non è mai un atto isolato, ma è un susseguirsi di eventi aggressivi che si protrae in un climax di violenza per almeno sei mesi, con relazioni conflittuali almeno una volta alla settimana. Hirigoyen (1999) suggerisce che “le molestie morali derivano sempre da un conflitto, ma non tutti i conflitti degenerano in molestia; la colpa è soprattutto del management che decide di lasciar fare invece di trovare delle soluzioni e di intervenire”. Dalle affermazioni è possibile interpretare il mobbing come un atto corale la cui implementazione necessita di coordinazione e di un contesto che ne permetta la posa in essere. La durata e la sistematicità, d’altronde, sono di per sé un’evidenza della programmazione degli eventi dannosi e del fatto che ci sia intenzionalità e organizzazione di molti.

Continuando l’interpretazione attraverso l’analogia mobbing-guerra, il territorio aziendale, in molte situazioni, è un teatro di battaglia ove gli attori si contendono o cercano di mantenere risorse limitate come prestigio, incentivi economici, consenso, ruoli e altri privilegi di varia natura, laddove altri attori hanno scorto le stesse convenienze. Non di rado, è possibile intendere l’istituzione del lavoro come un contesto di produzione circoscritto al motivo sociale dell’impresa, nel quale l’attore eroga il suo servizio per la sua attuazione, non per la produzione ipso facto, ma come condizione necessaria per il soddisfacimento delle proprie motivazioni estrinseche e bisogni francamente egoistici.

Molto spesso le descrizioni che si fanno del lavoro omettono che il mondo del lavoro così come noi  lo conosciamo non è un’istituzione data in natura, immutabile e resistente alle forze del tempo. In realtà l’istituzione del lavoro contemporaneo si è andata a costruire progressivamente, strutturata da significati attribuibili a momenti storici del passato e regolamentati da leggi stratificate. Infatti è possibile, scavando nei documenti storici, identificare un’archeologia del lavoro e tracciare una genealogia dei significati attribuitigli. Senza immergerci nel passato remoto possiamo già notare significati del lavoro del tutto nuovi guardando nel passato immediato. Flessibilità, precariato, mercato globale sono concetti tutto sommato molto recenti e immaginando di intervistare un lavoratore di cinquanta anni fa probabilmente non ne parlerebbe perché al lavoro dà altri aggettivi e significati dovuti a società, cultura, economia e assetti politici completamente diversi.

Il lavoro non nasce nel vuoto, appunto, e con esso nemmeno il mobbing. Nascono da un substrato di relazioni umane e il potere che deriva dalle relazioni. Nascono dalla politica, intesa come amministrazione e governo dell’accesso alle risorse limitate come descritto dalla prospettiva foucaultiana. Il potere è anonimamente diffuso ovunque; è onnipresente e dappertutto, “non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove”.  “Il potere coincide con la molteplicità dei rapporti di forza”, che variamente si intrecciano e si contrappongono; il potere ha quindi un carattere mutevole e instabile. Il potere è una relazione fra individui e la società è attraversata da rapporti di potere: ogni rapporto sociale è un rapporto di potere. La politica non comincia dove la guerra finisce, perché la guerra ne è l’origine e lo sfondo e quindi, sostiene Foucault, ribaltando la formula di Clausewitz , “la politica è la guerra continuata con altri mezzi”. La guerra è “sostrato sociale permanente” e costituisce la politica; non solo non è eliminabile dalla politica, ma percorre e costituisce ogni aspetto della vita sociale. La guerra non è una risposta politica, ma la politica è una risposta alla guerra.

Ecco introdotti nuovi elementi per spiegare il concetto di invarianza di scala accennato nell’introduzione. Il potere è l’invisibile prodotto e produttore delle asimmetrie e nella sua forma cristallizzata dà forma alle istituzioni che si pongono come risposta pronta ad un problema di potere. Rendendo meno astratto e più concreto il concetto, l’esempio di invarianza di scala in questo contesto è il seguente. Così come l’istituzione prodotta dal potere delle nazioni divide il mondo in colonizzatori e colonizzati, così l’istituzione del potere divide la mia città in quartieri benestanti e in bronx. Così come l’esercizio del potere fa sì che l’impiegato sia alle dipendenze della proprietà, così l’esercizio del potere fa sì che sia vittima indifesa in un’interazione sociale non istituzionalizzata. Popitz è drastico, ma con lui tutta l’ultima tradizione sociologica occidentale almeno a partire dall’interazionismo simbolico, per arrivare alla teoria drammaturgica di Goffman e all’etnometodologia di Garfinkel, e afferma: “Da una parte, solo di rado siamo consapevoli delle istanze che ci vengono poste. Agire in maniera convenzionale significa disporre di risposte pronte: noi occultiamo i problemi della vita quotidiana con risposte pronte. Gli ordinamenti sociali sono una combinazione di problemi occultati […] sono una combinazione di omissioni”. Il lavoro è (anche) un ordinamento sociale.

Fenomenologia del potere, testo chiave redatto dal sociologo tedesco recentemente scomparso, illustra come si manifesta il potere. Esso si dà in quattro forme principali interdipendenti tra di loro e distinguibili solo in linea teorica, perché nell’esperienza quotidiana sono ben mischiate in un tutt’uno inscindibile.

Fenomenologia del potere

Popitz individua quattro forme antropologiche fondamentali di potere: il potere di offendere, il potere strumentale, il potere d’autorità e il potere di creare “dati di fatto” (individuato nella tecnica come dominio sulle cose). Il potere di offendere “se non si considerano le offese psichiche come categoria a sé, ma in connessione con offese esternamente manifeste, si può dividere in tre gruppi di azione: azioni rivolte alla riduzione della partecipazione sociale (dell’integrità sociale), al danneggiamento materiale a all’offesa corporea”. La violenza cerca di mantenere durevole il dislivello prodotto dal potere e come vedremo poi ha un ruolo rituale e dimostrativo. Popitz la chiama “dimostrazione simbolica del controllo della situazione” e riporta dai fasti classici: “In un particolare giorno dell’anno gli spartani avevano cura di assalire e molestare i loro Hinterassen, gli iloti, per dimostrare la loro superiorità, ottenendo l’effetto supplementare di far fare una prova ai loro giovani […] serve sempre come avvertimento per future insubordinazioni”.
Riguardo al potere strumentale Popitz è molto conciso, asserisce che “le minacce guidano il comportamento in quanto producono paura, le promesse in quanto producono speranza. Potere strumentale significa pertanto la facoltà di disporre della paura e della speranza degli altri individui”. La minaccia è pervasiva nella società ed il presupposto di qualsiasi rapporto di forza duraturo, ne è il contratto. La struttura della minaccia è condizionale e molto semplice: se tu non farai (comportamento difforme) ciò che voglio (comportamento richiesto), ti procurerò dei danni, oppure farò in modo che te li procuri qualcun’altro (sanzione minacciata), se tu invece farai ciò che voglio (comportamento conforme), sfuggirai ai danni (rinuncia della sanzione). D’altronde le minacce non devono per forza essere in questa forma esplicita, possono essere molto sottili con omissioni degli elementi costitutivi. Se il medico dice di abbassare la quota di grassi nella dieta per evitare un infarto non sta minacciando, la minaccia avverrebbe se il medico rinunciasse  a prestare ancora il suo intervento in caso di necessità (sanzione minacciata) se non si cambiasse la dieta (comportamento difforme). Il potere di autorità è irriducibile a quello che porta alla sottomissione frutto della forza, perché la sottomissione all’autorità è spontanea e consiste nel “riconoscimento di una superiorità che porta ad una forte disponibilità ad adeguarsi”. Non per questo l’autorità non fa uso di violenza. Negli anni Venti Alfred Vierkandt distingue tra la disponibilità di accettare un comando per mera paura e la disponibilità di accettare un comando per libera inclinazione. Già nel IV secolo a.C. il filosofo cinese Mencio sentenziava: “Quando gli uomini vengono soggiogati con la forza non si sottomettono nel loro spirito, ma soltanto perché la loro forza è inadeguata. Quando invece vengono soggiogati dal potere della personalità, si sentono soddisfatti nel profondo del cuore, e si sottomettono veramente”. Horkheimer propone di distinguere allora tra autorità e autorevolezza. L’autorità è legata al ruolo e non alla persona che di volta in volta ne è portatrice. Si hanno così i casi della divina auctoritas, gestita da chi ha il potere religioso, e dell’auctoritas paterna che consiste primariamente nella dipendenza dalla figura genitoriale, ma che si trasferisce su altre figure come, ad esempio, il proprietario terriero, l’ufficiale, l’insegnante. Secondo Popitz, l’autorità istituzionale è minacciata e spesso dissolta, ma con lei non viene meno l’autorità. Si fanno allora spazio nuove forme di autorità che Popitz designa come autorità personale. Esse sono fondate su una serie di bisogni, quali quello di essere riconosciuti come appartenenti ad un gruppo, il bisogno del riconoscimento di un ruolo ascritto (per esempio, età, sesso, discendenza, rango sociale), riconoscimento di un ruolo acquisito (a livello di competenza e di professionalità), riconoscimento di un ruolo pubblico, riconoscimento della propria individualità. Questi bisogni si svolgono a partire da due tendenze costanti. La prima consiste in una pluralità delle soggettività sociali, per cui i più recenti tipi di autorità non soppiantano i precedenti, ma li affiancano. La seconda tendenza consiste nell’individualizzazione della soggettività sociale. Il soggetto passa così dall’io sono come tutti gli altri e voglio essere riconosciuto come tutti gli altri, all’io sono come nessun altro e voglio essere riconosciuto come qualcuno che è diverso da tutti gli altri. Il potere legato alla tecnica è l’oggetto del capitolo conclusivo della prima parte. Lo straordinario e incontrollabile sviluppo della tecnica apre all’uomo scenari di grande preoccupazione per le responsabilità cui è chiamato chi controlla il potere della tecnica. Popitz così, profeticamente, ritiene che “un controllo dell’agire tecnico, in quanto controllo di potenziali di potere enormi e in continua, mostruosa crescita, non è pensabile senza cambiamenti difficili e difficilmente immaginabili, paragonabili ad esempio alle innovazioni ideali e istituzionali che hanno portato al moderno stato costituzionale”. La massima aspirazione di chi detiene il potere è di porre la propria governance istituzionalizzata sopra all’altro al fine di mantenere il potere stesso concentrato nella sua autorità e legittimandosi in un’eterna “minaccia” spettacolare che si trasforma in cultura e in common sense. E infine celarsi.

Le fasi del mobbing: due modelli a confronto

Nella letteratura internazionale sul mobbing esistono due modelli di riferimento principale. Entrambi sono strutturati in fasi cronologiche che scandiscono l’aggravarsi delle azioni persecutorie dal punto di vista della vittima.
Ritengo opportuno trattarli brevemente in quanto sono i capisaldi di una tradizione iniziata negli ’80 basata sugli assiomi della Teoria del conflitto psicosociale e che, come avrete modo di leggere, approcciano molto superficialmente sulle cause (e sui fini). D’altro canto sono utili per avere un’idea chiara sula forma ricorrente dei soprusi morali sul posto di lavoro nella loro escalation.

Il modello Leymann

Per il sociologo Leyman, a cui necessariamente dobbiamo far riferimento in quanto pioniere della ricerca e più esperto conoscitore dell’argomento, il mobbing si sviluppa attraverso quattro fasi:

  • Prima fase: critical incidents
    Nell’ambito dell’ambiente di lavoro si evidenzia un conflitto che si manifesta attraverso una serie di attacchi, scherzi e meschinerie di vario genere diretti verso la vittima e che le causano un certo malessere. Se il conflitto, che a questo livello è molto difficile da rilevare, non viene risolto, può dar luogo all’inizio del processo del mobbing.
  • Seconda fase: mobbing and stigmatizing
    Questa fase è anche definita “maturazione del conflitto” in quanto le aggressioni diventano continuative e sistematiche, la vittima viene sempre più isolata e viene creato a suo carico il “mito negativo”. Qualsiasi forma di difesa della vittima risulta inutile, cosicché sperimenta la propria incapacità, ritrovandosi sempre più in uno stato cronico di ansietà in cui si evidenziano patologie a carico del sistema psicosomatico. Qui la maggior parte delle vittime è costretta a ricorrere ad un sostegno farmacologico ed a protratte assenze dal lavoro per prevenire gravi ricadute.
    “Quando il processo di molestia è in atto, la vittima viene stigmatizzata: si dice che è una persona con cui è difficile convivere. Si attribuiscono alla sua personalità le conseguenze del conflitto e si dimentica quello che era prima. Messa alle strette, non è raro che diventi quello che la si accusa di essere” (Hirigoyen, 1999).
  • Terza fase: Personnel management errors
    A questo punto il caso è diventato di interesse dell’amministrazione del personale che preoccupata dalle continue assenze del lavoratore, del suo calo qualitativo e quantitativo nelle prestazioni e ascoltate le voci negative che circolano sul suo conto preferisce porsi dalla parte dei persecutori non dando alcun credito alle lamentele della vittima. La vittima non viene ascoltata, il più delle volte subisce ulteriori denigrazioni e le calunnie circolanti sul suo conto continuano ad espandersi: in questa fase la vittima è sola. Non bisogna trascurare che a rendere evidente la situazione può qui contribuire un probabile abbassamento nel livello di prestazione quantitativa e qualitativa della vittima, si verifica cioè la tendenza sistematica ad attribuire alle caratteristiche personali del soggetto(comportamenti, motivazioni, atteggiamenti) la causa di un determinato fenomeno trascurando il ruolo causale di fattori ambientali (Baldassarri, Depolo, 1997).
  • Quarta fase: abbandono del mondo del lavoro
    È la fase conclusiva e vede l’estromissione della vittima dal mondo del lavoro. Le dimissioni volontarie o coatte del lavoratore non rappresentano purtroppo la soluzione definitiva dei suoi mali.
    Le conseguenze di questa devastante aggressione psicologica subita si protrarranno ancora a lungo e lasceranno nella vittima dei residui molto spiacevoli.
    Di seguito una serie di fenomeni che si riscontrano solitamente a questo stadio nella vittima:
  • trasferimento ad altra sede o continui spostamenti
  • demansionamento ad attività di minore importanza
  •  prepensionamento
  • messa in invalidità
  • periodo di lunga malattia o ricovero in clinica psichiatrica
  • sviluppo di manie ossessive e presenza persistente di pensieri intrusivi
  • sviluppo di comportamenti criminali a seguito di una forte carica aggressiva
  • suicidio, uccisione dell’aggressore

Il modello Ege

In questo modello Harald Ege delinea la peculiarità del mobbing italiano, che presenta delle caratteristiche diverse rispetto a quello dei Paesi scandinavi: oltre alle sei fasi, individua una pre-fase che definisce “Condizione Zero” ed il fenomeno del “Doppio Mobbing”.

  • La “Condizione Zero”
    Si tratta di una situazione presente nella realtà italiana e del tutto sconosciuta nella cultura nordeuropea: il conflitto fisiologico. E’ un conflitto generalizzato che vede tutti contro tutti, una competitività sempre maggiore, ma siamo ancora in presenza di una vittima cristallizzata. Esiste il solo desiderio di elevarsi sugli altri. Tale conflitto si manifesta con una serie di accuse, piccole ripicche, diverbi e discussioni che ogni tanto emergono all’interno degli ambienti di lavoro. I rapporti personali tra colleghi sono normalmente inesistenti o improntati su una gelida cortesia formale.
  • La prima fase: il conflitto mirato
    In questa prima fase del mobbing si è individuata una vittima e la conflittualità si dirige ora verso di essa. Non si tratta più di una conflittualità fisiologica stagnante, ma si mettono in moto una serie di azioni distruttrici dirette verso l’avversario. Il conflitto si sposta dal piano oggettivo verso quello emotivo-personale, non più limitato al campo del lavoro, ma investendo anche la vita privata della vittima.
  • La seconda fase: l’inizio del mobbing
    In questa fase gli attacchi del mobber non causano ancora delle vere e proprie malattie sulla vittima, ma le procurano un senso di disagio e fastidio. La vittima percepisce un clima lavorativo fatto di tensioni e silenzi e comincia ad interrogarsi su tale mutamento e il più delle volte non è ancora consapevole di essere stata scelta come bersaglio.
  • La terza fase: primi sintomi psicosomatici
    La vittima comincia ad accusare problemi di salute perlopiù sotto forma di malattie psicosomatiche con problemi alla sfera digestiva, disturbi nella concentrazione e nella memoria, emicranie, disturbi del sonno, senso di ansia generalizzato e persistente, tensioni varie, sentimento di insicurezza e labilità emotiva.
  • La quarta fase: errori ed abusi dell’amministrazione del personale
    A questo punto il caso di mobbing è diventato pubblico e spesso viene favorito dagli errori di valutazione dell’amministrazione del personale che notate le frequenti assenze per malattia trova più semplice richiamare la persona con contestazioni e provvedimenti disciplinari che capire il vero motivo di queste assenze ripetute.
  • La quinta fase: serio aggravamento della salute psico-fisica della vittima
    In questa fase il mobbizzato è in preda alla disperazione, compie errori sempre più frequenti e si auto convince di essere una nullità e che tutto ciò che sta accadendo è colpa sua: questa errata convinzione di “auto-attribuzione di colpa” non fa altro che condurlo sempre più verso il baratro favorendo il gioco degli aggressori.
  • La sesta fase: esclusione dal mondo del lavoro
    Questa fase rappresenta l’epilogo della storia di mobbing, con l’uscita della vittima dal mondo del lavoro, o tramite dimissioni volontarie, licenziamento o ricorso al prepensionamento o anche attraverso esiti più traumatici come lo sviluppo di manie ossessive, suicidio, omicidio o la vendetta sul mobber. Il mobbizzato non ha più le forze per combattere, gli risulta molto difficile continuare a rimanere quotidianamente a contatto con gli aggressori ed ha sviluppato delle vere e proprie manie che non si alleviano neppure al riparo tra le mura domestiche.

Le tecniche del mobbing

Il mobbing può nascere in qualsiasi contesto lavorativo e si manifesta attraverso una serie di azioni subdole e nascoste che dipanano lentamente spesso non riconoscibili da un osservatore esterno. La domanda che ora pongo non è scontata: perché un individuo può permettersi di porre in atto una o più di questi attacchi e l’altro non può evitarli, difendersi o replicarli? Un’altra domanda spontanea e che meriterebbe un discorso a sé stante è quello sui motivi per i quali una vittima vessata rimanga nella situazione che le procura disagio psichico, fisico, morale ed esistenziale anche se ha la possibilità di  uscirne e cambiare il corso della sua storia personale. Quali dinamiche sottendono a questo fenomeno psicosociale?

Comunque, Heinz Leymann ha identificato una serie di 45 comportamenti riconducibili all’interno di cinque categorie di condotta degli aggressori verso le vittime e che sono entrati a far parte del LIPT, questionario da lui ideato per diagnosticare il mobbing. Ecco la tassonomia di Leymann:

1) Attacchi alla comunicazione

a)      Il capo limita le possibilità di esprimersi della vittima
b)      Viene sempre interrotto quando parla
c)      I colleghi limitano le possibilità di esprimersi
d)      Si urla o si rimprovera violentemente con lui
e)      Si fanno critiche continue sul suo lavoro
f)       Si fanno critiche continue sulla sua vita privata
g)      E’ vittima di telefonate mute o di minaccia
h)      E’ vittima di minacce verbali
i)       E’ vittima di minacce scritte
j)       Gli si rifiuta il contatto con gesti o sguardi scostanti
k)      Gli si rifiuta il contatto con allusioni indirette

2) Attacchi alle relazioni sociali

a)      Non gli si parla più
b)      Non gli si rivolge più la parola
c)      Viene trasferito in un ufficio lontano dai colleghi
d)      Si proibisce ai colleghi di parlare con lui
e)      Ci si comporta come se lui non esistesse

3) Attacchi all’immagine sociale

a)      Si spargono voci infondate su di lui
b)      Lo si ridicolizza
c)      Lo si sospetta di essere malato di mente
d)      Si cerca di convincerlo a sottoporsi a visita psichiatrica
e)      Si prende in giro un suo handicap fisico
f)       Si imita il suo modo di camminare o di parlare per prenderlo in giro
g)      Si attaccano le sue opinioni politiche o religiose
h)      Si prende in giro la sua vita privata
i)       Si prende in giro la sua nazionalità
j)       Lo si costringe a fare lavori umilianti
k)      Si giudica il suo lavoro in maniera sbagliata e offensiva
l)       Si mettono in dubbio le sue decisioni
m)    Gli si dicono parolacce o altre espressioni umilianti
n)      Gli si fanno offerte sessuali, verbali e non

4) Attacchi alla qualità della situazione professionale e privata

a)      Non gli si danno più compiti da svolgere
b)      Gli si toglie ogni tipo di attività lavorativa, in modo che non possa più nemmeno inventarsi il lavoro
c)      Gli si danno lavori senza senso
d)      Gli si danno lavori molto al di sotto della sua qualificazione professionale
e)      Gli si danno sempre nuovi compiti lavorativi
f)       Gli si danno lavori umilianti
g)      Gli si danno compiti molto al di sopra delle sue capacità per screditarlo

5) Attacchi alla salute

a)      Lo si costringe a fare lavori che nuociono alla sua salute
b)      Lo si minaccia di violenza fisica
c)      Gli si fa violenza leggera (esempio uno schiaffo) per dargli una lezione
d)      Gli si fa violenza fisica più pesante
e)      Gli si causano danni per porlo in svantaggio
f)       Gli si creano danni fisici nella sua casa o sul suo posto di lavoro
g)      Gli si mettono le mani addosso a scopo sessuale

La matrice dei 45 comportamenti è spiccatamente sociale. Le interazioni inquinate dal comportamento del mobber portano la vittima verso al crollo della sua immagine e della sua fiducia inducendo all’aggressività. Nel prossimo paragrafo sarà discussa brevemente la reazione della vittima maltrattata.

Gli effetti  del mobbing sulla vittima

Gli effetti prodotti si possono riscontrare sia livello psichico che a livello fisico.
A livello psichico possono manifestarsi sentimenti di disperazione, umiliazione e vulnerabilità che si esprimono a livello più o meno inconsapevole sotto forma di attacchi di panico, ansia generalizzata, insonnia , depressione, perdita di memoria etc, mentre a livello fisico possono comparire somatizzazioni del disagio psichico come gastrite, ulcera, cefalea, dermatosi, mal di schiena, disturbi del ritmo sonno-veglia, ipertensione arteriosa, etc.

Il mobbing è dunque un fenomeno altamente distruttivo per la salute del lavoratore in quanto può causare gravi conseguenze, ma danneggia anche l’economia organizzativa dell’azienda in cui si verifica a causa dei ritiri anticipati, dell’assenteismo e dei cali di produttività del personale coinvolto in processi di mobbing.

Gli studi italiani di tipo epidemiologico hanno rielaborato il “Job Content Questionnaire” di Karasek, procedendo a valutare il carico di lavoro ambientale di una azienda presa a campione con i seguenti risultati: i disturbi psicologici e psicosomatici sono più frequenti dove esiste una alta domanda di prestazioni ed una bassa autonomia decisionale, con ridotte aspettative dei lavoratori e scarso coinvolgimento degli stessi. Inoltre, la percezione dello stress aumenta con la riduzione, in termini qualitativi del lavoro e con l’insufficienza formativa dei lavoratori.

Il mobbing pragmatico: perché si fa mobbing

Scopo dell’ultima parte del documento è di illustrare i pattern tipici che finalizzano nel mobbing. Da notare è che i disegni motivazionali non sono puri come elencati nella tassonomia, ma sono compenetrati e inscindibili allorché ancora distinguibili, sebbene in diverse dosi in ogni caso. Come detto il mobbing sul posto di lavoro raggiunge una violenza devastante nell’esistenza delle vittime come in sporadici altri luoghi e a mio parere i motivi sono principalmente due. Il posto di lavoro è frequentato per una grande quantità di tempo e sul posto di lavoro si rendono presto disponibili risorse limitate e conflitti di interesse.
«La guerra è un atto di violenza il cui obiettivo è costringere l’avversario a eseguire la nostra volontà»,  von Clausewitz è efficacissimo e Popitz ci consente di tradurre l’affermazione in altri termini. La guerra è un atto di potere il cui scopo è costringere l’altro ad un comportamento conforme alla nostra volontà minacciando con sanzioni o con la violenza. Ancora una volta, il mobbing è un atto di potere perpetrato sul territorio aziendale il cui scopo è  di costringere l’altro ad un comportamento, e dunque a compiere delle scelte, conforme alla nostra volontà minacciandolo con sanzioni sociali e nei casi limiti con la violenza. Infatti la violenza non è tollerata nella nostra cultura e attuandola si rischia lo sdegno sociale e istituzionale ed è pure difficile da mascherare. Il mobber perciò tende ad agire, a seconda delle proprie disponibilità, penalizzando le ricompense sociali e l’acquisizione in reputazione che ne deriva, screditando e frapponendosi spesso in maniera molto sottile altre volte palesemente. La reputazione apre la strada all’intesa politica e l’intesa politica assorbe nelle maglie di qualche potere. Il mobber deve evitare di avere un avversario troppo forte o rischia di soccombere perché non più tollerato nelle sue intenzioni ed interessi, mentre prima la catena omertosa di connivenze gerarchica lo assecondava o lo tollerava.
Il mobbing non-strategico non esiste.

Esclusione: la selezione sociale-culturale

In natura, da Darwin in poi, il motore dell’evoluzione è stato assegnato al processo chiamato selezione naturale. Gli individui che meglio si adattano all’ambiente sopravvivono e possono procreare trasmettendo il loro patrimonio genetico. La teleologia della selezione naturale non sta nel combinare geni al fine di generare l’individuo perfetto resistente a qualsiasi ambiente. Il processo di per sé è cieco e non è finalistico in quanto la natura non ha intenzioni. La selezione sociale-culturale, al contrario è opera dell’uomo che per sua costituzione è dotato di intenzioni sebbene il suo fine ultimo, in fin dei conti, per transitività è lo stesso della natura. L’esclusione è un modo per selezionare chi si discosta da un contesto culturale, nel senso antropologico del termine. La pervasività della minaccia non cessa mai di essere efficace: se non starai alle nostre regole sarai escluso, altrimenti, se le accetterai, sarai lasciato alla tua quotidianità senza essere disturbato. Il gruppo di riferimento pontifica la cultura e gli individui del gruppo ne sono sottoposti.

Il prossimo 1° settembre, compio “20 anni” di lavoro in Agenzia Viaggi. Ne ho “solo” 39. Ho cambiato alcuni posti di lavoro facendo ogni volta un passo avanti, fino a diventare abbastanza in gamba nel settore un po’ specifico della “programmazione”. Lavoro in questa Agenzia da 2 anni: ho mantenuto e superato tutte le promesse fatte in termini di fatturato e di utili, ma penso che me ne dovrò andare…sono una “mobbizzata” e non lo sapevo! E’ cominciato tutto in senso “orizzontale”, a causa dell’invidia di una collega particolarmente convincente che mi ha scavato un solco intorno. Poi, siccome qui è di moda mischiare a tutti i livelli i rapporti di lavoro con le amicizie, pian piano anche a livelli “verticali” il solco si è approfondito, creando un paradosso: a fronte del mio (e conseguente loro) successo professionale, di fronte a clienti (veramente tanti) che mi seguono con fiducia, mi ritrovo nell’emarginazione più totale.
Non credevo fosse possibile per me, che ho sempre dato il massimo sul lavoro, cadere in questo disagio. Ho pensato molte volte a frasi che ho trovato leggendo gli articoli del sito tipo “è colpa del tuo caratteraccio!!” – “sei tu che ti inventi le cose” etc, ma dopo un profondissimo esame di coscienza, al limite dell’autodistruzione, sono arrivata a formularmi una domanda molto chiara: Perchè a fronte di tanto successo con il pubblico, ne ho così poco con i colleghi?
E’ stato a questo punto che qualcuno mi ha parlato di mobbing. Non si tratta di grandi cose, ma di un’emarginazione sottile quanto pesante: il modo in cui ti parlano, le occasioni “fuori lavoro” tenute nascoste per evitare che tu intervenga, le chiacchiere sottovoce perchè tu non senta.
Ma come! Un leone come me, che spacca le montagne, sta sveglia di notte per il mobbing?
Cambiare lavoro è …. dargliela vinta, ma visto che cambiare non mi è per niente difficile, anche se devo ricominciare da capo, cambiamo!! Così è veramente logorante. Auguri ai miei mobbizzatori, questa è solo la vita terrena.

Se il gruppo di riferimento è mediocre e viene portata la cultura dell’eccellenza il conflitto è inevitabile, così innesca il meccanismo del mobbing. Il motivo culturale è la maschera di un meccanismo economico, d’altronde. È chiaro che dover lavorare di più per non sfigurare davanti al nuovo collega intraprendente è poco conveniente. Se il collega presta un servizio eccellente fino al giorno della pensione? È molto più economico escluderlo dal posto di lavoro nel giro di qualche mese.

Il mio è proprio un caso classico di mobbing sia verticale che orizzontale. E’ cominciato quando sono stata selezionata direttamente dal Dirigente per una task force altamente specializzata. Questo non è piaciuto al mio superiore (donna) che si è sentita sorpassata dalla “solita raccomandata”.
In realtà io ero l’unico candidato in possesso di tutti i requisiti richiesti: agli altri ne mancava almeno uno, per questo sono stata scelta. Tra me e il mio Dirigente c’erano due livelli: il mio diretto responsabile e il responsabile dell’area, entrambe donne. A nessuna delle due è piaciuto il mio inserimento e il mio diretto responsabile ha gettato benzina sul fuoco con il manager di area sin dal primo giorno del mio ingresso nel gruppo. Inizialmente si limitava a segnali velati, tipo la mancata assegnazione di una scrivania su cui lavorare, oppure l’incarico di riorganizzare l’intero archivio e fotocopiare documenti per tutto il resto del gruppo. Poi si è passati alle accuse di responsabilità per errori chiaramente commessi da altri colleghi, fino ad arrivare alle vere e proprie scenate per inezie, corredate a volte di insulti e sempre da urla, al punto di spingere il cliente a chiedere che il responsabile fosse rimosso dall’incarico. I colleghi si sono divisi in due gruppi: chi ignorava silenziosamente il tutto, limitandosi di tanto in tanto a fornirmi supporto morale, purché in assenza di testimoni, chi invece dava prova di grande creatività e inventiva nel fornire al mio responsabile sempre nuovi spunti. In questo caso il risultato era duplice: da un lato, avevano individuato un punto comune per scaricare le proprie responsabilità lavorative, dall’altro si rendevano ancora più gradevoli alla mia responsabile garantendole nuovo materiale di guerra. La situazione è continuata in crescendo per 4 anni, nonostante le numerose testimonianze di apprezzamento del mio lavoro da parte dei clienti esterni (apprezzamenti la cui unica conseguenza era di inasprire l’atteggiamento della mia responsabile e acuire il distacco dei colleghi). La mia vita privata ha cominciato a risentire della situazione: ogni sera arrivavo a casa in lacrime oppure livida dalla rabbia per tutte le umiliazioni subite, passavo notti insonni o tormentate da incubi, non riuscivo nemmeno più a svagarmi nei weekend né con brevi vacanze, che trascorrevo a rimuginare per escogitare soluzioni al problema. Mio marito era talmente esasperato da arrivare a minacciare il divorzio se non avessi chiesto di uscire dal gruppo, cosa che mi rifiutavo di fare sia per una sviscerata passione per la natura stessa dell’attività che svolgevo che per non consentire all’ingiustizia di trionfare. Durante il quarto anno sono avvenuti molti cambiamenti: il mio dirigente ha cambiato azienda portando con sé la responsabile di area, entrambi sostituiti da due donne che nutrono grande stima l’una per l’altra e delle quali la responsabile di area è ancora più in confidenza con il mio responsabile diretto di quanto non lo fossero i suoi predecessori. Nel frattempo, esasperati dalla situazione divenuta ormai esplosiva, alcuni clienti sono intervenuti personalmente offrendo spontaneamente il loro appoggio se fosse stato necessario. Al fine di evitare ripercussioni da parte dell’azienda, ho preferito invece rivolgermi ai miei superiori, che apparentemente si sono mostrati comprensivi. In realtà, due mesi dopo si è presentata la mia responsabile di area comunicandomi che nell’arco di tre giorni non avrei più fatto parte del gruppo. Con grande disappunto dei miei responsabili e colleghi, su specifica richiesta del cliente la mia uscita non si è concretizzata. La mia diretta responsabile ha cambiato attività e finalmente per qualche mese ho creduto di poter finalmente lavorare come un normale essere umano. Invece la calma è durata poco. Il Mobbing agisce silenziosamente e si sparge rapidamente come una malattia virale perché l’individuazione del “diverso” come capro espiatorio esiste da sempre, in tutte le forme di aggregazione umana. I colleghi rimasti delusi dalla mia mancata messa alla gogna, hanno cominciato a evitarmi, isolandomi progressivamente professionalmente ma, soprattutto umanamente. In particolare, due rappresentanti della “vecchia guardia” hanno provveduto a spargere voci e pettegolezzi sul mio conto, cercando di influenzare anche nuovi colleghi sopraggiunti “dopo il fattaccio”. Ogni qualvolta legavo con un collega, uno dei due o entrambi si davano da fare per farli “entrare nel proprio giro”, portandoli così a escludermi passivamente. Quei colleghi che in precedenza avevano assistito passivamente al perpetuarsi della situazione, sentendosi in minoranza, cominciarono ad aggregarsi agli altri per non essere lasciati fuori. Oggi, dopo più di cinque anni dal mio ingresso nel progetto, vivo una situazione di quasi totale isolamento dal resto del gruppo, con ovvie conseguenze. Non vengo informata sulle riunioni e le presentazioni, quindi arrivo mezz’ora dopo gli altri, essendomi casualmente accorta dell’ufficio deserto. La mia responsabile di area, che non ha gradito l’imposizione del cliente riguardo a una sua risorsa, usa il mio “mancato inserimento nel gruppo” come giustificazione per i giudizi di mediocrità che attribuisce al mio lavoro. Non mi viene fornita assistenza tecnica dal gruppo di supporto, se non assolutamente necessario. Non si perde occasione per correre dalla responsabile di area a riportare le lamentele più insulse nei miei confronti (e mi stupisce che un responsabile di quel livello si presti ad ascoltare certe beghe stupide; a me è stato insegnato che al capo non si portano problemi se non assolutamente irrisolvibili su altri livelli, e comunque non si discute di battibecchi). Intrattengo rapporti umani esclusivamente con gruppi non correlati al mio. Ogni nuovo collega che si unisce al gruppo, per definizione mi evita, al fine di non essere a sua volta escluso. Sono arrivata a chiedermi se la situazione non fosse migliore quando c’era il mio responsabile: almeno, allora avevo un solo problema, che condividevo, anche se in maniera molto superficiale, con altri esseri umani. Adesso sono sola contro tutti. La mia unica soluzione è quella di abbandonare il lavoro che amo tanto e che mi ha dato la forza di sopportare quello che ho vissuto per tanti anni e uscire da questa attività. Potendo, vorrei proprio uscire da questa azienda che mi ha tanto deluso. Vorrei puntualizzare che lavoro da più di 15 anni e che ho lavorato in multinazionali, in posizioni di maggiore responsabilità di quella attuale e anche con colleghi statunitensi, famigerati per le loro “pugnalate alle spalle”. Non ho mai sperimentato una situazione simile. Non avevo nemmeno mai sentito parlare di mobbing, né avevo mai osservato intorno a me una circostanza del genere. Purtroppo temo che la mia testimonianza non possa aiutare chi si ritrova isolato a uscire dalla propria situazione. Io stessa non ne sono ancora uscita. Io sono giunta alla conclusione che chi è oggetto di mobbing non può far altro che fuggire alla prima occasione. I mobbers vincono sempre, direttamente o indirettamente. A tutti fa comodo un capro espiatorio e nessuno vuole essere identificato con lui. Quando eravamo piccoli, se avevamo un compagno di banco chiacchierone i genitori ci dicevano di cambiare banco, e di non farci vedere inseme a lui (o lei) per non ricevere 7 in condotta. Abbiamo imparato la lezione e la applichiamo da adulti quando siamo “in branco”. Forse ciascuno di noi è stato un mobber, se non in quanto persecutore attivo, perlomeno “cambiando banco”. L’importante è fare di tutto per non diventare vittima, costi quello che costi.

Il messaggio al termine della lettera dell’ultimo caso è chiaro. A causa dei meccanismi che portano all’esclusione, la vittima non ha via d’uscita a meno che non esca dal contesto pianificando una exit strategy.

Ritorsione: le trame elastiche del potere

Il potere è spacciato per un mulino a vento. Un qualcosa di cui tutti parlano, ma poi in realtà non esiste. Può sembrare una congiuntura sociale effimera e fragile come una ragnatela. Cosa succede se Don Chisciotte scagliandosi contro il suo mulino ferisse un mostro? Cosa dire se invece, ad un’analisi più attenta e approfondita, al posto di essere una ragnatela fosse una struttura concreta, un muro di gomma?
La ritorsione è il risultato della proprietà del muro di gomma, ovvero la capacità di tornare alla propria forma precedente respingendo l’oggetto che ha intaccato l’integrità della struttura.

Lavoro come tecnico di laboratorio presso un ente sanitario della nostra “amata Repubblica”, che tra i compiti istituzionali ha quello di eseguire analisi su alimenti di origine animale (latte, formaggi, carne, wurstel, insaccati, pesce ecc.) onde accertarne la commestibilità. Gli esami che io eseguivo venivano falsificati dai miei dirigenti veterinari i quali omettevano di denunciare la presenza di batteri patogeni da me evidenziati, quali Salmonelle, Escherichia Coli, Listerie ed altro, certificando in sostanza la loro salubrità. Puoi immaginare quale rischio per la salute pubblica hanno rappresentato, di fatto e potenzialmente, simili falsificazioni. Se consideri che per lo mezzo vi erano note ditte in campo nazionale, produttrici di wurstel e polli, ti rendi conto del perché ciò può essere avvenuto. Unitamente a questo grave episodio, sono stato testimone e sono venuto a conoscenza di abusi, truffe e falso, commessi da altri dirigenti e da amministratori, sempre del mio ente. Siccome ho purtroppo una certa formazione mentale, oltre naturalmente, ad un certo carattere, mi sono armato di coraggio ed ho denunciato il tutto alla Procura della Repubblica. Vi sono stati arresti ed avvisi di garanzia che hanno coinvolto 36 persone. Alcune di queste erano noti personaggi politici, del luogo naturalmente, e pertanto, ammanicati con chi neanche puoi immaginare.
Puoi intuire il putiferio che è successo in quei giorni (parlo del 1994/95). Il giorno dopo gli arresti, mi hanno trasferito dal laboratorio ove prestavo servizio, per evitare che continuassi a vedere e denunciare. Nello stesso giorno hanno iniziato un’azione disciplinare nei miei confronti, con motivazioni pretestuose. Mi hanno fatto svolgere per due anni un lavoro meramente meccanico, che mi ha procurato una tendinite al pollice. Tendinite riconosciuta come dipendente da causa di servizio. Dopo la tendinite sono stato trasferito al magazzino a svolgere mansioni di magazziniere, che comprende anche il facchinaggio. Lì ho svolto anche compiti di commesso e fattorino. Da allora ad oggi mi trovo in una condizione di continua e costante pressione, vengo costantemente vessato ed isolato. Hanno un gran timore che mi accorga di altre magagne da loro commesse e che sporga altre denunce. Sono stato sottoposto ad una seconda sanzione disciplinare da cui sono uscito vittorioso. Hanno anche dovuto pagare le spese legali. Sono stato sottoposto ad una terza e ad una quarta sanzione disciplinare, tuttora in corso. Si sono rifiutati da pagarmi alcune ore di lavoro straordinario da me effettuato, per un totale di L. 145.000. Il mese scorso sono stati costretti a pagarmeli, integrati però, da ulteriori 650.000 di spese legali. Hanno violato la legge sulla privacy, diffondendo notizie sul mio stato di salute, senza la mia autorizzazione. Ogni beneficio a me spettante, ogni atto a me dovuto, trova ostacoli a volte insormontabili.
Scrissi all’allora Presidente della Repubblica Scalfaro, il Ministro della Sanità Guzzanti aprì un’inchiesta, il settimanale Epoca mi dedicò un breve articolo sulla rubrica “chiama Epoca”, un noto quotidiano locale mi dedicò quasi un’intera pagina. Tutto ciò non ha sortito alcun effetto. Mi sono sempre trovato di fronte al così detto muro di gomma. Come ti dicevo la scorsa volta, ho inoltrato una dettagliata denuncia alla Procura della Repubblica. Spero, ma non ci credo, che sortisca qualche effetto.
Ho intrapreso un’azione giudiziaria in sede civile, nella quale chiedo oltre 500 milioni per danno da dequalificazione, biologico e quant’altro. Tutte azioni che possono essere raggruppate sotto la comune denominazione di “Mobbing”. Nella sfortuna sono stato fortunato in quanto ho trovato per caso un legale serio ed onesto, che ha preso a cuore la mia questione e segue tutte le mie vicende (parlo di fortuna perché mi sono affidato ad altri i quali…tant’è che ho dovuto revocare loro il mandato).
Come ti preannunciavo, la faccenda è articolata e complessa. Ho dovuto inevitabilmente sunteggiarla, ma ti assicuro che potrei scrivere un romanzo in merito, nel quale si parlerebbe anche di collusioni ed interessi, ad ogni livello. E’ legittimo da parte tua pensare che stia bluffando o enfatizzando l’intera vicenda, ma purtroppo per me così non è.

Dimostrazione simbolica del potere

Il caso precedente, come accennato nell’introduzione del capitolo, non è una forma pura, ma è possibile subodorare anche quella che Popitz chiama “dimostrazione simbolica del controllo della situazione”. Come gli spartani si accanivano sugli iloti per provare la loro superiorità a titolo dimostrativo, così, anche nel caso appena letto, la coraggiosa vittima funziona da deterrente per altri che intendessero abbattere il muro di gomma. È costretto in interminabili procedure burocratiche e giudiziarie, la qualità della sua vita si è clamorosamente ridotta. Perché seguire il suo esempio? Perché fare se nulla puoi?
La componente dimostrativa è onnipresente nei casi di mobbing ed è chiaro anche il motivo. In primo luogo avviene un’educazione verso chi assiste, in modo che non si riproduca nei comportamenti della vittima. Funge cioè da minaccia: se fate come lui allora subirete le sue conseguenze. In secondo luogo la dimostrazione divide le fazioni e rafforza le intese politiche che permettono al potere stesso di dimostrarsi.
Ovviamente ci sono degli svantaggi. Dividendo le fazioni è probabile creare una minoranza agguerrita e insofferente, inasprire le tensioni che giocoforza emergono nelle trame del gruppo che si ridefinisce. La dimostrazione ha per sua natura, infatti, lo scopo di ridefinire i confini del gruppo focalizzando pressioni verso un componente, o sottogruppo, non conforme all’ideologia del gruppo di riferimento.

Capro espiatorio: mantenere il gruppo di riferimento infallibile e autorevole

Il caso di Eve è ormai un classico della letteratura sul mobbing. È possibile reperirlo sul sito internet di Leymann all’indirizzo http://www.leymann.se/English/14100E.HTM.
A canteen supervisor at a large prison went into retirement and a successor was needed. The prospective employer and the personnel department were of the same opinion: the opportunity should be used to bring about certain changes. The canteen needed to economize and at the same time offer healthier food. An individual with suitable training was found. She was employed and assigned to the kitchen where six female cooks – who all knew very well how to prepare a thick cream sauce but nothing about the impending changes – were standing in front of their ovens. An inevitable conflict soon broke out. How was the new manager in the kitchen going to pursue the desired changes without the support of her employer? Nobody had informed the cooks of any planned change except the new manager herself. The new methods for preparing the food were totally strange to them. The idea of making provision for a relevant training course had never dawned on the employer. The cooks believed that all these new ideas came personally from Eve, their new supervisor. This caused them to turn against her. They started to gossip and counteract her instructions. Even the fact that she had a mentally handicapped child was held against her, as if her own character were responsible for this. There were continuous heated discussions. The cooks, not being willing to listen to Eve and her delegation of assignments, regularly took measures that resulted in differences of opinion. It was maintained that Eve went far beyond the scope of her responsibility, which in fact, was not true.On a number of occasions, Eve tried to obtain descriptions of her responsibilities from the prison authorities. Top management refused her requests and her continual requests were interpreted as insubordination. Here we should bear in mind, that job descriptions of this nature are, in fact, a method through which top management can express it´s leadership at all levels! By defining institutional hierarchy at a central level, and defining various areas of responsibility, an employer is provided with an indispensable control mechanism through which the various areas of responsibility can be influenced. In Eve´s case, the only thing that happened was, that top management felt attacked by her requests and defended themselves. This legitimized the cooks´ harassment of Eve as they interpreted the situation as if the top management were “on their side.” The harassment continued and developed into a serious mobbing process, whereby Eve eventually completely lost her authority. Harsh arguments took place on a daily basis. One of the top managers who accidentally overheard such an argument, called Eve for a report. As she entered the meeting room, she noticed, that she was standing in front of some kind of court, where she was given no chance to explain the situation, but was heavily criticized. Top management ordered (!!) her to take a sick leave, which the prison´s own physician validated (!!). After having been on sick leave for more than two years (!!), Eve eventually lost her job. She never found another job again.

Nulla acquista più reputazione che un gruppo infallibile agli occhi dei sottoposti. Si può mantenere autorità perdendo l’autorevolezza e, come sentenziò Mencio, l’adesione interiore da parte dei sottoposti alla loro superiorità. Nel capro espiatorio designato convergono e si concentrano gli sbagli da epurare dalla propria immagine.

Perversione: la corruzione del potere senza freni e scopi si scatena sull’altro

Sceglievano un negro disperato e gli offrivano la libertà. Gli dicevano di fuggire dal suo padrone. Lo avrebbero venduto ad una proprietà lontana e gli avrebbero dato allora una percentuale sul prezzo. Dopo lo avrebbero fatto fuggire di nuovo, e infine lo avrebbero condotto in uno Stato libero. […] Dollari sonanti d’argento insieme con la libertà. Era possibile offrirgli una maggior tentazione? Lo schiavo allora osava la prima fuga. La via più semplice era il fiume. Una canoa, la stiva di un vapore, una barca, una zattera grande come un cielo, con una capanna a prora e alte tende di juta; […] lo vendevano in un’altra piantagione. Fuggiva un’altra volta verso i canneti e le forre. Allora i suoi terribili benefattori – dei quali cominciava già a diffidare – contestavano imprecise spese e dichiaravano di doverlo vendere ancora una volta, l’ultima. Alla fine gli avrebbero dato, certamente, la percentuale sulle due vendite, e la libertà. L’uomo si lasciava vendere, lavorava un poco e sfidava nell’ultima fuga il pericolo dei cani e delle fruste. Ritornava con sudore, disperazione, sonno.

Il brano di narrativa, tratto da La storia universale dell’infamia di Borges, illustra come è possibile arrivare a torturare chi crede attraverso la promessa. La speranza può portare alla propria annientazione, al portarsi al nulla, al non-esistere aderendo ad un mondo falso e senza uscite, costruito ad hoc da un perverso compiaciuto della sua invenzione. Spesso la logica è inappuntabile e il perverso nasconde i suoi scopi dichiarando l’opposto. Se lo scopo è immorale farà sfoggio di un eticismo morboso e pervasivo. La vittima non può che sottoscrivere perché non facendolo sarà essa ad essere immorale per il discorso del perverso.
Nella spirale della strategia perversa la violenza è contemplata, anzi, è l’altare al quale verrà consacrata la propria perversione in nome del potere assoluto sull’altro. Kafka, ne Il processo, ha reso incantevolmente l’idea.  Josef K., una mattina, si sveglia e senza un motivo viene condannato a morte.
La dirigenza perversa approfitta dello status e a parità di opportunità per ottenere i propri scopi preferisce la via vietata all’altro. Un giorno chiesi ad un conoscente, proprietario di un’azienda, come mai avesse prima demansionato, criticato e isolato un impiegato nella lista dei licenziamenti quando avrebbero potuto tranquillamente licenziarlo e basta. La risposta è perentoria: “L’ho fatto perché potevo farlo”.

Ora lascerò che un caso di mobbing perverso vero e proprio parli da solo.

Il mio rapporto con l’Aldebaran srl si incomincia ad incrinare dopo aver ricevuto un invito dalla azienda dove mi si proponeva irrevocabilmente e con atteggiamenti intimidatori di iscrivermi ad una scuola guida per entrare in possesso e a spese tutte a mio carico del titolo di patente D per continuare il rapporto lavorativo. Preso coscienza dell’invito faccio presente di non essere nelle condizioni economiche per sopperire alle esigenze aziendali proponendogli un prestito e facendoli presente che io sono assunto per espletare mansione di pulitore presso i cantieri del consorzio e minacciosamente mi viene detto di licenziarmi. Dopo aver conferito con il mio datore di lavoro, tempestivamente mi reco alla mia organizzazione sindacale nella persona del signore N. S. segretario del settore dove mi diceva di non preoccuparmi che si sarebbe messo in contatto con l’azienda per avere spiegazioni in merito.
Da quell’incontro incominciano nei miei confronti telefonate intimidatorie da parte del coordinatore signore S. L. offendendomi di scarsa professionalità sia sul posto di lavoro che tramite contestazioni disciplinari.
In merito alla contestazione del 25/02/2002 ricevutami tramite raccomandata di essere disponibile a dare spiegazioni in merito ma accompagnato dalla mia organizzazione sindacale.
Nel frattempo continuano i soprusi nei miei confronti rifiutandomi le richieste ferie mentre ai miei colleghi venivano concesse, ricevo un telegramma il 22/03/2002 dall’azienda dove scrive di ascoltarmi con la mia organizzazione sindacale il 22/03/02 nei propri uffici di Cpadicoccio, ritorno dal signor N. S. gli faccio presente del telegramma ma lui risponde all’azienda tramite fax che non era possibile perché aveva impegni già fissati e di accordare nuova data.
Nei giorni a seguirsi arriva sul cantiere di Portosecco il coordinatore S. L. dove mi accusa di aver cambiato orario di ingresso presso la struttura, dove ci era stata concessa proprio da lui e di essere a conoscenza anche il preposto capo squadra signor F. R. e quindi rispondo di non infierire solo su di me in quanto non sono il solo operaio e mi cerca di mettere le mani al collo.  In quel frangente i miei colleghi mi confidano che sarei stato trasferito altrove dettogli dal coordinatore.
In questo periodo di susseguirsi di questi episodi incomincio ad avvertire sintomi da me mai avvertiti come tachicardia, sudorazioni alle mani, senso di soffocamento, attacchi di panico, paura di portare l’auto, paura anche di raggiungere il posto di lavoro e a tutti questi disagi ne era a conoscenza anche il mio collega M. R., ero costretto a farmi accompagnare da uno dei miei familiari.
Contatto il centro di salute mentale dove mi viene data una terapia per depressione e attacchi di panico. Dopo un po’ di giorni si ripresenta sul cantiere il coordinatore in presenza del mio collega M. R., mi impone di trasferirmi ad un’altra struttura C. T. P. di Casarosa stravolgendomi il mio rapporto orario lavoro dal pomeriggio dalle ore 14.00 alle 20.50 alle ore 20.50 alle 3.30.
Il giorno dopo la visita del coordinatore telefono al signore N. S. spiegandoli che ero stato trasferito da un cantiere all’altro, lui mi risponde di contattarlo più tardi e che avrebbe chiamato in azienda per spiegazioni. Lo ricontatto e mi dice che si sarebbe trattato di un periodo di 10 giorni e poi sarei tornato al mio cantiere.
Trascorrono circa due mesi e il 06/03/02 mentre prestavo servizio sul cantiere di Casarosa vengo aggredito da persone sconosciute che mi procurano un trauma cranico. Vengo soccorso e portato all’ospedale, e il giorno 07/03/02 vado a denunciare tutto alle autorità giudiziarie.
Presento nuovamente domanda di ferie e non mi vengono accettate, mi viene detto dai miei colleghi che sarei stato nuovamente trasferito, ci viene fatta capitare sul posto di lavoro una circolare che diceva che entro e non oltre un giorno dovevamo iscriverci alla scuola guida per munirci di patente D.
Tempestivamente mi metto in contatto con il signor N. S., gli mando un fax della comunicazione dell’azienda e mi dice che stavano effettuando un abuso e di non preoccuparmi. La notte del 21/04/02 verso le ore 24.00 vengo aggredito dal mio datore di lavoro O. R. dove mi minaccia mi obbliga a firmare un foglio di trasferimento presso i propri uffici di Capadicoccio. Io mi rifiuto e mi spinge facendomi urtare contro un autobus insultandomi e minacciandomi che me l’avrebbe fatta pagare e di non andare dal sindacato dal signor N. S. perché era tutto inutile. Disse così: gli ho messo a lavorare il genero e la sorella, fa quel che dico io, questo in presenza del coordinatore S. L.
Impaurito riferisco tutto ai miei colleghi dove mi fanno tranquillizzare, finisco l’orario lavorativo. La mattina mi reco dal sindacato e riferisco l’accaduto al signor N. S. dove lui manda un fax all’azienda dove viene richiesto un incontro urgente per il grave fatto accaduto. Tornando a casa mi vedo recapitare una raccomandata dove mi si vengono dati due giorni di sospensione per la contestazione del 25/02/02.
Mi metto in contatto con la persona addetta al personale. La signora N. P. mi spiega che l’azienda ha mandato un invito al sindacato e nella persona del signor N. S. per via fax con la nuova data da presentarsi in azienda per discutere la contestazione da me ricevuta, e mi dice che il sindacato non aveva né risposto né contattati.
Io gli spiego che non ne sapevo nulla non ricevendo niente e il sindacato non mi ha detto nulla in merito. Mi metto in contatto con il signor N. S. e gli faccio presente la situazione, ma lui nega tutto e mi rispondo che non poteva fare nulla con quelle persone ma di rivolgermi ad un avvocato, da lì mi viene data la conferma delle parole del mio datore di lavoro nei confronti del signor N. S. Il giorno 19/04/02 mi viene fatto recapitare un telegramma postale di trasferimento dove mi si dice di presentarmi sul cantiere di Capadicoccio nei loro uffici.
Mi reco dal signor N. S. dove gli faccio leggere il telegramma e subito telefona in azienda dove parlando con il mio titolare e ascoltando la conversazione in presenza di più persone con il telefono in viva voce gli viene detto di togliersi di mezzo che era una cosa sua personale nei miei confronti, finita la conversazione telefonica mi ripete nuovamente di interpellare un avvocato, a questo punto la mia delusione è ancora maggiore perché vengo abbandonato dalle istituzioni sindacali.
Contatto nuovamente la persona addetta al personale signora N. P. le chiedo spiegazioni ma lei mi risponde che erano i miei colleghi a non volermi sul cantiere, la sera torno a lavoro e parlo con i miei colleghi di lavoro per sapere cosa avevano contro di me, loro meravigliandosi della cosa negano tutto, anzi mi dicono di testimoniare a mio favore e dandomi per certo che non era una cosa personale nei miei riguardi.
Il giorno dopo vado al cantiere di Portosecco dove ho prestato servizio per 15 mesi e parlo con i miei colleghi dell’accusa dei miei confronti detto dall’azienda. Negano tutto sbalorditi della cosa e pronti anche loro a testimoniare. Continuo a lavorare e mi viene recapitato un nuovo telegramma che non devo andare a Capadicoccio cambiandomi nuovamente orario. Dopo una breve malattia comincio a prestare servizio.
Arrivato sul posto di lavoro vedo che il coordinatore signore M. N. telefona il mio datore di lavoro per chiedergli la mansione da farmi svolgere e mi mandano in una discarica a fare uno sfratto facendomi scendere dal dodicesimo piano con delle scrivanie in spalla e altre cose assurde.
Il mio stato peggiora e la ASL mi cambia terapia e datomi riposo l’azienda mi perseguita mandandomi venti volte il medico INPS, anche quando termino la malattia.


Bibliografia

F. Blasi, C. Petrella, “Il lavoro perverso, il mobbing come paradigma di una psicologia del lavoro”

K. Von Clausewitz, “Della guerra”

M. Foucault, “La volontà di sapere” e “Sorvegliare e punire”

H. Popitz, “Fenomenologia del potere”