Abstract

“Non dobbiamo chiederci se percepiamo veramente un mondo, dobbiamo invece dire: il mondo è ciò che noi percepiamo. Più in generale, non dobbiamo chiederci se le nostre evidenze sono delle verità in sé: infatti se parliamo di illusione è perché abbiamo riconosciuto delle illusioni […]” scrive Maurice Merleau-Ponty nella premessa del suo più grande testo Fenomenologia della percezione. Sebbene le due asserzioni siano contemporaneamente di una semplicità disarmante e di una profondità apofantica, è, invece, complesso intenderne la portata nella nostra vita quotidiana individuale e nell’esistenza dell’Uomo in generale. “Spiegazioni potenziali fondamentali insoddisfacenti riguardo ai fatti possono avere una grande capacità di chiarificazione, se le loro condizioni false “sarebbero potute essere vere”; perfino  condizioni iniziali del tutto false possono riuscire illuminanti, talvolta in grado molto elevato […] ” argomenta Robert Nozick in Anarchia, Stato e Utopia e, questo breve stralcio tratto dall’introduzione, è la più importante conseguenza del riconoscere le illusioni: è possibile creare il reale dal falso e non è necessario che da una illusione riconosciuta ne consegua la conquista di una verità.
Lo scopo centrale delle dissertazioni, narrazioni, riflessioni che seguiranno nel corso del tempo su questo blog mira a individuare gli spiragli nell’intricata trama del significato, di scoprire le falle della realtà e di osservarle con la curiosità di un neuropsicologo cognitivo che ha intuito che nelle anomalie del funzionamento cerebrale vi sia un punto di vista privilegiato per comprendere il funzionamento di un cervello normale. Ecco, lo scopo è di far emergere l’inenarrabile realtà ontologica dalle sgualciture della realtà ontica. La controparte negativa del disegno narrativo è che, purtroppo, laddove la realtà ontologica si dà, per meglio dire si concede, non vi può arrivare il linguaggio, ergo sarà solo la sensazione dell’aver compreso, l’intuizione eidetica, a segnalarne il successo. Il successo, ahi noi, assolutamente inutile del raggruppamento di concetti in un’idea inenarrabile fulmine a ciel sereno di un momento, quel tanto da permettere poi di essere consci di aver dimenticato l’istante seguente quanto l’istante prima giunse come rivelatorio.
Non sempre tutto è perduto, può capitare che un quid di quanto ideato permanga e restrutturi profondamente il modo di percepire i fatti, di oggettualizzare gli eventi, sinteticamente di esperire il mondo della vita. Restruttura la cognizione allo stesso modo di quando si apprende una nuova disciplina scientifica e, nei periodi in cui i suoi concetti sono accessibili, la tendenza è quella di analizzare il mondo intinto nel colorante sensibile per quella scienza. Ecco, la portata dell’intuizione della realtà si differenza dalla conoscenza scientifica perché colora qualsiasi campo dello scibile a priori. È ingenuo credere che la produzione della verità scientifica sia esente dell’irrazionalità di qualsiasi altra forma doxastica, in quanto l’episteme stessa, che è una doxa garantita, si basa tacitamente su una teoria della realtà condivisa nella comunità degli studiosi. Il successo della comprensione della realtà è amaro forse perché ciò che è stato compreso non sarà per la maggior parte dei casi applicabile a livello individuale, né tanto meno a livello collettivo, e perciò rimanda ad un tetro razionalismo in cui è pensabile la conoscenza soprattutto come contemplazione di se stessa e che l’implementazione della conoscenza sia un momento non necessario e secondario come in un capitalismo disperato del sapere.
C’è un unico motivo, secondo me, per cui si dimenticherà la realtà intuita istantaneamente e per cui il frutto del suo ricordo, in vece di conoscenza fattuale, si distanzia dal razionalismo: la vita è da sempre stata organizzata intorno alle leggi della realtà ontica di un gruppo di riferimento, perciò è una proiezione delle sue apparenze e delle loro illusioni parimenti di una fiction sulla vita. In altre parole si dimentica perché è doloroso ricordare, non si sa perché è meglio non sapere, non viene praticato perché non viene lasciato praticare.

Dove sono le anomalie della realtà e soprattutto come è possibile osservarle? Anzitutto nei mutamenti doxastici, quali rotture espistemologiche, svolte politiche, riassetti sociali, rivoluzioni culturali e svolte individuali. Il concetto di rivoluzione kuhniana ha la caratteristica di poter essere applicato a qualsiasi paradigma, intendendo come paradigma il modello di riferimento strutturato di qualsiasi interpretazione della realtà: dalle posizioni di Einstein rispetto a quelle di Bohr sulla causalità, alle preferenze cromatiche nella moda autunno-inverno del prêt-à-porter di quest’anno che sono cambiate rispetto alle stesse dell’anno scorso. Ogni cambiamento è basato su una teoria della realtà e, come avremo forse occasione di vedere, ogni cambiamento parte da un conflitto. Che sia d’interessi poco importa per noi, sono più importanti le strutture del ragionamento che precede la posizione di ogni parte in causa. Per fare un esempio in questo senso, la critica radicale di Feyerabend al metodo è valida tanto quanto è razionalmente accettabile il falsificazionismo popperiano: ci sono regole persino nell’anarchia.
Se non fosse ancora chiaro saranno credenze ed atteggiamenti, intesi come fonti della realtà ontica, ad essere osservati nella loro instabilità e veranno identificati nella loro molteplicità e descritti nella loro capacità di costruire attraverso il linguaggio la realtà ontica sulla realtà ontologica, che però rimane sempre uguale a se stessa sempre e comunque.

L’unico modo di vivere possibile è mediato della conoscenza della realtà a qualsiasi livello.

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